Usa 2020. Kamala Harris sospesa tra presente e futuro. Per ora ci basta il suo sorriso

di Bruno Gemelli

Pietro Senaldi, direttore di “Libero”, senza citarla mai per nome e cognome ha insistito qualche giorno fa nel chiamarla mulatta, ma anche meticcia,

“We did it Joe”

ovviamente in senso dispregiativo. Invece lo scrittore statunitense, David Leavit, l’ha definito fantastica. Insomma, Kamala Harris, vice di Joe Biden, comunque la si voglia pensare, è stata la vera star delle elezioni Usa. La sua figura, dentro il presente, si proietta soprattutto nel futuro. Verrebbe da dire, una seconda Michelle Obama, personalità prorompente,

anche se il marito Barak – ha osservato Maurizio Molinari, direttore di “Repubblica” – «ritagliò ad Harris una posizione estrema che non le ha giovato nella sfida delle primarie». Acqua passata.

Su “Agoravox” si è letto un’osservazione che incardina il destino dei vice presidenti che, in fin dei conti, «non hanno molto potere ma devono sempre essere pronti a subentrare. Infatti non viaggiano mai col presidente».

Scrive il citato sito: «Per quanto la Harris fosse tra le favorite fin dall’inizio, ancora a metà agosto i bookmakers prospettavano il vantaggio dell’ex consigliera per la sicurezza nazionale Susan Rice. È ancora presto per dire se la scelta di Kamala Harris pagherà in termini di consenso elettorale, anche se secondo le rilevazioni Gallup l’apprezzamento nei confronti della sua nomina parrebbe essere tra i più bassi degli ultimi 30 anni, pur essendo in linea con i numeri di Mike Pence e Tim Kaine del 2016. Ma cosa ci si aspetta da un vicepresidente, e qual è davvero il suo ruolo nello staff del presidente degli Stati Uniti?».

Qual è? Ancora “Agoravox”: «il ruolo del vicepresidente è soprattutto formale. Il fatto che egli sia pronto a sostituire da un momento all’altro il presidente è una garanzia di stabilità democratica, ma il suo potere fino a quel momento è limitato. Nelle votazioni al Senato, ad esempio, il vicepresidente non può esprimere il proprio voto a meno che non vi sia un’assoluta parità tra i senatori. Joe Biden ha raccontato, nel suo libro “Papà, fammi una promessa”, che durante gli 8 anni di vicepresidenza lui e il presidente Obama erano soliti incontrarsi tutti i giorni per parlare delle più svariate questioni, e che il presidente teneva in grande considerazione i consigli di Biden, arrivando più volte a definirlo pubblicamente “un amico”».

Tuttavia, Kamala Harris non è certamente Dick Cheney che, ricordiamo, fu accusato dalla Nigeria di avere pagato tangenti per la costruzione di un impianto petrolifero, e ispirò il film “Vice, l’uomo nell’ombra”.

Durante la fase di transizione, nonostante le bizze di Donald Trump (che nel frattempo ha in parte rinunciato alle azioni legali che aveva intentato per contestare presunte irregolarità di voto in Pennsylvania), Kamala s’è occupata di covid e, per dirla con Stefano Graziosiavrebbe coltivato legami e una certa familiarità con la Silicon Valley e con il mondo della Big Tech.

E, infine, ha dato uno sguardo all’impazienza di Alexandria Ocasio-Cortez.

Bisogna ancora aspettare qualche mese per vedere quale impatto avrà la figura Kamala sulla società italiana, europea e mondiale. Sono in molti ad aspettarla al varco.