La tv sempre più contenitore spazzatura che attira un pubblico debole per fare share

di Nicoletta Toselli

Non siamo un Paese, nella stragrande maggioranza, di palati raffinati. Il processo di alfabetizzazione in Italia non ha mai raggiunto vette elevate dato che non riesce ad avere un’informazione di qualità soprattutto televisiva.

Certo, civiltà grandiose ci hanno attraversato, ma siamo gente semplice che si diverte con poco. Passare alla tv spazzatura è stato un attimo, come attraversare un guado importante di cui non ci si è resi conto. Riflettevo su quanto sta avvenendo in questi giorni, oggi tocca alla Calabria e come quando si gioca a Monopoli, dal “via” alla fine transitano e passano tutti.

La Calabria ha perso peso specifico anche dal punto di vista giornalistico e così Massimo Giletti invita nella sua trasmissione Lino Polimeni e non chiama, neppure affiancandole a lui, molte delle professionalità della stampa calabrese. Polimeni agisce secondo il suo modo di fare tv, è un conduttore che raggiunge un consenso popolare interpretando il giustiziere della comunicazione. Non esprimo giudizi personali, cerco solo di comprendere il suo urlare verità che nella realtà quotidiana conosciamo tutti, ma considerando i risultati, è privo di efficacia. Bisogna regolare il volume per essere ascoltati e protestare, non necessariamente aver ragione significa gridare. Grave, però, è la manipolazione attuata da parte di alcuni conduttori per fare audience e spettacolo. E’ discutibile che personaggi come Giletti o Barbara D’ Urso, o ancora Paolo Del Debbio (quest’ultimo è peggiorato in qualità e stile) passando per Andrea Scanzi, prima negazionista del virus mentre ora divulga idee esattamente opposte, e un Nicola Porro eccessivo e fuori dalla realtà, abbiano tanto consenso.

Parliamo di Mario Giordano? Non certo quel fiume Giordano dove bagnarsi sette volte, bagno purificatore che come si racconta nella Bibbia illumina lo spirito libero e libera dalla lebbra. Quello che della tv spazzatura ne ha fatto un emblema, una professione come tanti ormai fanno. Si approfitta di fatti di cronaca e preciso che non si portano a conoscenza frutti d’inchieste o scoop, ma si racconta quella che è notoriamente definita “radio strada”. Notizie note e stranote a tutti. Non si aggiunge nulla di nuovo, non si apporta valore nello sfruttare un momento di difficoltà di un Paese. Non si dica che il generale Cotticelli, ad esempio, abbia raccontato verità inedite, guadagnando un’eliminazione degna del Grande fratello (altro programma trash)! La sua grottesca e pittoresca figuraccia, ha fatto sorridere amaramente molti ma anche una dignità umana e professionale è stata calpestata. Al basso livello della tv cosiddetta d’inchiesta, che in realtà s’ingrassa di un giornalismo indegno di questo nome, dovremmo dire stop. Dovremmo difenderci da un modo di discutere, va benissimo smontare tesi, denunciare fatti, ma che tutto avvenga nel merito della questione e seguendo principi deontologici . La satira ormai è quasi scomparsa in Italia, che almeno si salvi l’educazione. Vince la dinamica del social, vera cassa di risonanza amplificata a dismisura. Vi ricordate di Vittorio Sgarbi (che da anni grida, urla) quando è stato trascinato fuori dal Parlamento? Spettacolo indegno per un Paese, patria dell’opera lirica, ricco di storia e di arte: terra di santi e navigatori che merita rispetto. Di questo avremmo bisogno: di ritrovare unità e pace. Solo nel 1995 Karl Popper pubblicava il saggio “Una patente per fare Tv”, sarebbe utile leggerlo o rileggerlo. Anche Gaber scrisse il testo di una canzone molti anni prima giungendo alle medesime conclusioni. Diventa inevitabile parlare a questo punto di Barbara D’Urso, conduttrice consapevole di fare la storia del trash, talent scout di casi umani, che consacra star del web invitando nel suo salotto l’improponibile. Interviste che svuotano la mente anziché arricchirla. Giletti e la D’Urso in particolare parlano spesso di giornalismo richiamandolo alle sue responsabilità non tenendo conto di sopravvivere grazie proprio a un’assenza di contenuti meritori. Questi collegamenti in diretta in un momento in cui le persone sono già provate da situazioni difficili credo che sia davvero deprecabili. Si gioca sulla nostra pelle, sulle nostre emozioni e l’unico invito per arginare il problema è spegnere la tv, staccare la spina, lasciare che parlino da soli, senza pubblico. Creiamo valore, i tempi sono cambiati e bisogna tornare all’essenziale. Il giornalista, la cui professione dovrebbe essere avvalorata dalla stretta osservanza dei diritti e dei doveri, deve al pubblico onestà intellettuale perché si instauri una fiducia reciproca. Non è ammissibile preferire un attacco banale, il più delle volte violento, al confronto civile. La tastiera ha sdoganato il rispetto. Logico pensare che non esista un vero intento finale propositivo e costruttivo, ma che l’unica norma sia fare audience. Scatta quel meccanismo perverso che sta permettendo alla tv nazionale di massacrare tutti e tutto. Esistono la parola e l’ascolto. Basterebbe interrompere questo passaggio, questo fluire che non è mai scontato e logico. Spegnere la tv e chiudere con questi personaggi autoreferenziali. Desidero ricordare un maestro umile, umano e professionale quale è stato Zavoli, giornalista che davvero tanto ci ha insegnato insieme ad altri autorevoli colleghi professionali e dai toni tranquilli. Tornare a essere attendibili. Ho volutamente omesso i nomi delle trasmissioni e non ho allungato un elenco di molti altri personaggi così come altri riferimenti perché dietro dei programmi ci sono maestranze incolpevoli, tecnici che lavorano sodo e non certo pagati lautamente. Dunque, chiudo con uno spunto di riflessione: è il giornalista che crea il suo pubblico o è il pubblico che crea il prodotto finale?