Il disastro del sistema sanitario e il dramma che vivono quotidianamente gli infermieri

di Fausto Sposato

Squilla il telefono nel silenzio più totale, mi giro e guardo la luce del telefono che continua a lampeggiare. C’è il silenzioso perché è mezzanotte e normalmente lo inserisco per evitare di disturbare. Con gli occhi di chi, appena sveglio,

ancora non si è reso conto di essere su un letto , guardo il display. È un numero che non conosco ma rispondo lo stesso. Dall’altra parte una voce sottile, da donna, mi chiede se sono il presidente dell’OPI ed io, ancora assopito, rispondo di si. Mi chiede se disturba e se posso ascoltarla per un po’. Senza accendere la luce mi alzo e mi sposto nell’altra stanza iniziamo a chiacchierare, dapprima un po’ stordito dall’ora,

poi sempre più attento al suo racconto fatto di quotidianità e di impotenza, di stupore e di entusiasmo, di paure e di coraggio, di protezione e di forza. Ascolto la voce di quella collega che mi racconta il dramma interiore che vivono tanti, troppi infermieri  dei reparti COVID. Passano un paio d’ore e la telefonata termina con un: “…grazie per avermi ascoltata, avevo solo paura…”. Resto in silenzio a riflettere come sia possibile tutto questo. Non è la prima volta e nemmeno la prima notte che succede. Non mi sorprendo più di nulla. È la storia, una delle tante storie di chi, quotidianamente, combatte una battaglia contro un mostro chiamato COVID in un sistema oramai collassato. Chiede per se e per i colleghi, molti dei quali non trovano il coraggio per denunciare le carenze di ogni tipo, strutturale, organizzativo, gestionale. Questa è una delle tante storie, a volte simili a volte dissimili, che vivono gli infermieri. Non eroi, ma uomini e donne che ogni giorno si mettono al servizio dei pazienti e della collettività. Sono storie di una professione che è balzata agli onori della cronaca negli ultimi tempi, da quando qualcuno ne ha compreso l’importanza anche se  troppe volte derisa, delegittimata, poco considerata, relegata negli angoli del sistema salute. Mancano gli infermieri e lo sanno soprattutto i pazienti, che non solo quelli positivi al COVID, ma tutti gli altri che rappresentano una larga parte. Ecco, anche di loro bisognerebbe parlare, perchè non sono da sottovalutare in quanto rappresentano i 4/5 del sistema. Mancano gli infermieri perché, è bene saperlo, più del 90% degli italiani li stima e si fida, mancano gli infermieri perché continuano ad essere il trai d’union con il sistema, mancano gli infermieri perché quello che riescono a fare loro non riescono a farlo gli altri e non potrebbero nemmeno. Mancano gli infermieri perché sono talmente pochi che fanno fatica a costruire un rapporto empatico perché sempre di fretta. Mancano gli infermieri perché nessuno finora ha fatto passi indietro. Mancano gli infermieri perché senza di loro il sistema salute non esisterebbe. Ed allora è il momento di chiedersi perché non investire sulle professioni sanitarie e sugli infermieri. Sono stati pubblicati due documenti importanti che varrebbe la pena leggere: il rapporto GIMBE 2019 ed il rapporto OASI 2019. La sostanza di questi documenti sta nel fatto che invitano le istituzioni e le aziende sanitarie ad investire sul cosiddetto” MIDDLE MANAGEMENT”, il Management dei quadri intermedi, perchè ritengono che con l’aumento dell’età media e l’aumento della cronicità le figure sulle quali investire, per il futuro, siano quelle che trattano la cronicità, e gli infermieri sono al primo posto. Tant’è che è stata istituita la figura dell’infermiere di famiglia e di comunità i cui fondi sono stati deliberati nel decreto rilancio. Molte regioni li hanno assunti ma la Calabria ancora no, e non si capisce bene il perché. Le stesse USCA hanno difficoltà a decollare per la mancanza di infermieri e non solo, giusto per chiarire quali siano le difficoltà nel reperire queste figure. Ecco, forse è da qui che dovrebbe partire il dibattito per programmare il futuro e guardare al sistema con maggiore fiducia, un sistema dinamico che tenga conto di tutti gli attori, ognuno per le proprie competenze, ma che metta al centro il cittadino ed i suoi bisogni, un sistema che guardi all’innovazione e che la smetta di concentrarsi sui campanilismi, un sistema che guardi al territorio senza mortificare gli ospedali e senza mortificare le professionalità presenti, un sistema che si regga sulla meritocrazia e sulla competenza, sulla trasparenza e sulla legalità, un sistema che funzioni. E questo non può più rappresentare una speranza, ma la strada da percorrere, tutti insieme,  con coraggio. Noi siamo pronti, stanchi di aspettare che altri si accorgano dell’onda del cambiamento, oramai irreversibile. Commissario o non commissario.