Abbiamo bisogno di una grande leadership. Troppo potere ai presidenti di regione

di Paolo Pombeni

Quel che la pandemia sta mettendo in mostra è la debolezza della attuale classe dirigente politica nazionale in termini di capacità di leadership. Ci si lamenta dell’eccessivo peso che hanno guadagnato i presidenti di regione,

ma al vertice di alcune regioni ci sono persone che hanno mostrato capacità di leadership notevoli. Non c’è un politico nazionale paragonabile con la determinazione con cui Kompatscher si sta confrontando con i problemi della sua provincia autonoma, nonostante i non pochi problemi che pone un lockdown deciso in una zona che dipende molto dal turismo invernale.

<p value=”<amp-fit-text layout=”fixed-height” min-font-size=”6″ max-font-size=”72″ height=”80″> Bonaccini ha mostrato capacità di intervento e di presenza pubblica che non sono sfuggite al grande pubblico, e la sua regione, che nella prima fase era tra le più problematiche, ora riesce a mantenersi nella zona gialla. Zaia in Veneto continua a gestire con autorevolezza la sua regione.<br>Poi ci sono i presidenti che si sono mostrati non all’altezza, come il lombardo Fontana, a cui peraltro va riconosciuto di dover tenere sotto controllo una delle regioni più densamente popolate e con una concentrazione notevole di attività di scambio. Tutto sommato però, quasi tutti i governatori sono riusciti a tenere sotto controllo le loro giunte. Non così il governo nazionale che neppure di fronte ad una sfida di proporzioni notevoli come quella della pandemia riesce ad esprimere una squadra coesa e soprattutto all’altezza della situazione.<br>Proprio di recente ha ricevuto un brutto colpo anche quello che era un po’ il rappresentante della serietà di intervento, cioè il ministro della sanità Roberto Speranza. Dopo la figuraccia di avere tollerato come commissario in Calabria un generale dei carabinieri in pensione la cui inettitudine è stata rivelata da una inchiesta giornalistica anziché da un qualche controllo ministeriale, è riuscito a fare il bis nominando come suo successore una figura a dir poco imbarazzante come un politico di terza fila del suo partitello, personaggio che si era esibito nel rilasciare dichiarazioni che definire sciocche è poco.<br>Insomma nel momento più difficile fra quelli che sinora abbiamo dovuto affrontare per l’epidemia di Covid 19 il governo nazionale è apparso incapace di trovare le modalità per trasmettere ai cittadini una immagine di autorevolezza e di credibilità. Qui il problema non si può ridurre all’abilità scenico-narrativa del premier Conte nelle sue tavole rotonde, o alla inevitabile confusione che regna in una coalizione che sta ormai insieme quasi per disperazione. La questione è di carattere diverso.<br>Anche se spiace dirlo, nei momenti drammatici un paese ha bisogno di grandi gesti da parte dei suoi uomini politici. Sono molte le operazioni che si possono fare: vanno dalle sostituzioni di qualche membro del governo (il cosiddetto rimpasto), ad operazioni di impatto che danno il senso che si sta prendendo il toro per le corna (qualche intervento strutturale importante, la rimozione di funzionari che non hanno saputo raggiungere risultati soddisfacenti, accordi politici che sparigliano le carte). Sappiamo benissimo che in questo genere di operazioni ci sono delle piccole ingiustizie inevitabili (non sempre chi non ha fatto bene è del tutto colpevole sul piano personale) o ci sono delle sopravvalutazioni di qualche intervento a scapito di altri. Ma la politica è anche questo: saper scegliere ed intervenire.  Bonaccini ha mostrato capacità di intervento e di presenza pubblica che non sono sfuggite al grande pubblico, e la sua regione, che nella prima fase era tra le più problematiche, ora riesce a mantenersi nella zona gialla. Zaia in Veneto continua a gestire con autorevolezza la sua regione.
Poi ci sono i presidenti che si sono mostrati non all’altezza, come il lombardo Fontana, a cui peraltro va riconosciuto di dover tenere sotto controllo una delle regioni più densamente popolate e con una concentrazione notevole di attività di scambio. Tutto sommato però, quasi tutti i governatori sono riusciti a tenere sotto controllo le loro giunte. Non così il governo nazionale che neppure di fronte ad una sfida di proporzioni notevoli come quella della pandemia riesce ad esprimere una squadra coesa e soprattutto all’altezza della situazione.
Proprio di recente ha ricevuto un brutto colpo anche quello che era un po’ il rappresentante della serietà di intervento, cioè il ministro della sanità Roberto Speranza. Dopo la figuraccia di avere tollerato come commissario in Calabria un generale dei carabinieri in pensione la cui inettitudine è stata rivelata da una inchiesta giornalistica anziché da un qualche controllo ministeriale, è riuscito a fare il bis nominando come suo successore una figura a dir poco imbarazzante come un politico di terza fila del suo partitello, personaggio che si era esibito nel rilasciare dichiarazioni che definire sciocche è poco.
Insomma nel momento più difficile fra quelli che sinora abbiamo dovuto affrontare per l’epidemia di Covid 19 il governo nazionale è apparso incapace di trovare le modalità per trasmettere ai cittadini una immagine di autorevolezza e di credibilità. Qui il problema non si può ridurre all’abilità scenico-narrativa del premier Conte nelle sue tavole rotonde, o alla inevitabile confusione che regna in una coalizione che sta ormai insieme quasi per disperazione. La questione è di carattere diverso.
Anche se spiace dirlo, nei momenti drammatici un paese ha bisogno di grandi gesti da parte dei suoi uomini politici. Sono molte le operazioni che si possono fare: vanno dalle sostituzioni di qualche membro del governo (il cosiddetto rimpasto), ad operazioni di impatto che danno il senso che si sta prendendo il toro per le corna (qualche intervento strutturale importante, la rimozione di funzionari che non hanno saputo raggiungere risultati soddisfacenti, accordi politici che sparigliano le carte). Sappiamo benissimo che in questo genere di operazioni ci sono delle piccole ingiustizie inevitabili (non sempre chi non ha fatto bene è del tutto colpevole sul piano personale) o ci sono delle sopravvalutazioni di qualche intervento a scapito di altri. Ma la politica è anche questo: saper scegliere ed intervenire.

Nella situazione attuale il governo e chi lo dirige (o dovrebbe farlo) sembra incapace di fare un qualsiasi gesto della portata necessaria a richiamare la fiducia del paese. La politica del giorno per giorno, per tanti versi nemmeno così scadente, non è abbastanza per tenere sotto controllo le angosce che montano nel paese e che possono sempre esplodere in forma anche più grave delle fiammate di teppismo anarchico che ogni tanto si accendono.
Almeno sul crinale della programmazione dell’impiego dei fondi europei che ci si appresta a chiedere (e speriamo che quelli del MES siano inclusi, perché ne abbiamo bisogno) è indispensabile mostrare capacità di leadership. Gualtieri non si è rivelato un ministro dell’economia dotato di carisma, né comunicativo, né di visione. E’ un buon negoziatore nei caminetti europei che conosce assai bene, ma questo è un lavoro da sottosegretario, non da ministro che deve raccogliere accanto alla fiducia del mondo economico, quella della gente. Non parliamo di altri ministri e sottosegretari che vagano per i talk show senza che ce ne sia uno capace, come si usa dire, di bucare lo schermo.
Non dipende dal fatto che non sono buoni affabulatori, dipende dal fatto che non hanno una vera “buona notizia” da comunicare. E’ emblematica da questo punto di vista l’eclisse dei Cinque Stelle, categoria che ha prosperato sino a questa pandemia proprio sulla capacità affabulatoria e che invece adesso è sparita, proprio perché le loro “visioni” sono diventate improponibili e non ne hanno altre da “vendere” al pubblico.
Cero la situazione politica è congelata per le ragioni che abbiamo tante volte esposto in questa sede e nessuno sente il fiato sul collo del momento in cui può venire sbalzato di sella. Tuttavia far sempre conto su questo è ingannevole. La prima repubblica è finita nel modo che conosciamo proprio perché le forze politiche di allora pensavano che tutto sommato nessuno avrebbe potuto eliminarle, vuoi perché alcune si sentivano insostituibili come ceto al potere, vuoi perché altre si ritenevano destinate a sostituirle automaticamente per una fatalità storica.  Sappiamo come è andata a finire. Non bene, e non avevamo a che fare con una crisi mondiale indotta da una pandemia di proporzioni storiche. Si potrebbe anche ragionare su come evitare questa volta un’altra fine poco gloriosa e dal futuro incerto.