Sean Connery, seduttore e star capricciosa. Fu l’ultimo vero sex simbolo cinematografico

di Isabella Marchiolo

Non appartengo alla generazione che consacrò il sex appeal di Sean Connery ma me lo hanno “disegnato” così, da sempre – se sei femmina, la sua carica erotica la assorbi come fatto naturale, quasi inconscio.

Dunque, sì, pur non avendo mai sospirato sullo sguardo intenso e i muscoli perfetti dell’iconico James Bond, anch’io concordavo, per induzione assolutamente convinta, nell’identificarlo come modello di irresistibile seduzione maschile. Ero bambina e ricordo il grande annuncio di una prima visione televisiva (quando i vecchi film stranieri arrivavano sul piccolo schermo con ritardo pluriennale, necessario

per l’acquisto dei diritti), la fiaba per famiglie “Darby O’Gill e il re dei folletti”. C’era lui aitante e giovanissimo, un primordiale principe azzurro per le mini telespettatrici (e le loro mamme). Colori e lineamenti latini, fisico scultoreo, sangue scozzese. Dicevi Sean Connery per significare un uomo a cui pochissime avrebbero potuto dire di no. Nei film e nella vita. Col tempo, innamorata del cinema, ho individuato altri grandi attori più vicini al mio personale ideale di seduttore – quasi tutti italiani, egocentrici, ingannatori e geneticamente difettosi. Il fascino di Connery non lo subivo, perché lui era perfetto e un po’ mi annoiava: istrionico e sicuro di sé, privo di narcisismi inutili, concreto e allergico alle moine – insomma il classico “uomo che non deve chiedere mai”. Uno che non suscita isterie né i pericolosissimi assolutori istinti materni, e quando lascia e spezza cuori (lo ha fatto con tante), le vittime di turno serbano solo ricordi belli e gli augurano sinceramente ogni bene, nonostante i torti subiti (che sono stati tanti). Uno che senza ricevere in cambio scenatacce e piagnistei poteva permettersi l’odioso vizio di giocare su più tavoli e corteggiare a strascico con frasette banali da Baci Perugina, e vedersi condonati persino peccati mortali agli occhi femminili come la sua proverbiale tirchiaggine. Come avercela con uno che candidamente confessa la propria ottusa inferiorità di maschio (lusinga ambita da ogni femmina) ammettendo: «Mi piacciono le donne, non le capisco ma mi piacciono»?

Io l’ho adorato in una delle sue interpretazioni più celebri ma d’autore – non Bond e nemmeno il Jimmy Malone degli “Intoccabili”, che gli valse un Oscar. L’inevitabile colpo di fulmine per Connery arrivò non per lui come uomo e divo, ma con la suggestione del cinema. E che cinema… Un capolavoro, “Marnie” di sir Alfred Hitchcock. Il maestro costruì il ruolo di Mark addosso all’attore scozzese e al suo gradimento tra il pubblico femminile, cambiando in modo funzionale alcuni elementi della trama del libro. Nel romanzo di Winston Graham è la psicotica protagonista a compiere da sola il percorso verso la scoperta e la rimozione del trauma che le impedisce di amare; nella pellicola hitchcockiana il marito prende le redini della vicenda: diventa più maturo e decisionista, fino a trasformarsi in un vero e proprio salvatore della tormentata fanciulla. Lo richiese la ragion di stato hollywoodiana, certo, ma che magnetica coppia erano Connery e la Hedren… e quale fiaba romantica immaginare che esista un uomo così, uno che non scappa davanti a una cleptomane schizofrenica e addirittura la guarisce con il suo tenace amore! In palio c’erano ovviamente anche le gioie del sesso con una Marnie che, dopo anni di frigidità e odio verso gli uomini, scoprirà con lui la forza della passione.

Dalla finzione alla realtà, Sean Connery non è stato uno stinco di santo, con nessuno. Manesco, scorbutico con i fan, traditore seriale, padre assente e taccagno. Straordinario attore ma, da vera capricciosa star, scorretto nell’assunzione degli impegni: si tirò indietro all’ultimo momento, quando le inquadrature erano già pronte, con Giuseppe Tornatore – aveva un contratto per uno spot pubblicitario dell’Enel e fu frettolosamente sostituito da Philippe Noiret. In fondo, il cinema per lui era stato una seconda scelta di comodo, quando l’incipiente calvizie aveva fatto cadere le quotazione della sua carriera di modello.

Conquistatore per eccellenza, bastardo con le donne lo fu eccome. Le femministe lo smascherarono dopo l’episodio dello schiaffo a Gina Lollobrigida, all’epoca già diva che turbava le notti degli americani, sul set di “La donna di paglia”. La prima moglie Diane Cilento, madre dell’unico figlio Jason, ne tracciò un ritratto poco onorevole in un’autobiografia scritta nel 2006. La pittrice Miqueline Roquebrune, seconda consorte, la prese invece con filosofia, dichiarando di aver acquistato, sposando uno degli uomini più desiderati del pianeta, «il pacchetto completo». Ovvero tante, tante scappatelle, tra cui quelle con le bellissime Lana Turner e Shelley Winters – ma la leggenda racconta di un’amante in ogni set della sua lunga carriera. Alla paziente Miqueline resta almeno il primato di essere stata l’ultima (il matrimonio con la Cilento era durato undici anni, il suo, avvenuto nel ’75, fino alla fine), privilegi patrimoniali compresi. Con lui se ne va una precisa tipologia di sex symbol cinematografico che appare oggi estinta. Un altro macho così, ad Hollywood e fuori, non esiste. I carismatici scapoloni d’oro ed ex tali come Clooney, Pitt, Di Caprio sono un’altra cosa, per qualcuno magari migliore. Ma se sia un bene o un male, o semplicemente il nostalgico epilogo di un tempo storico e di costume ormai scomparso, poco conta. Parliamo di cinema, regno di sogni possibili e impossibili: tutto quello che Sean Connery ha rappresentato lì, nei suoi film vivrà in eterno.