Londra non è più la stessa. Il coronavirus ha abbattuto le sue certezze

di Fabrizio Bonacci

Un uragano ha travolto i nostri sguardi, le nostre certezze, le nostre paure, le nostre quotidianità, le nostre relazioni umane, le nostre vite. L’impatto è stato devastante.

Il nostro sguardo non è più lo stesso. Gli sguardi degli altri confermano questa trasformazione. Questa mutazione. Il processo trasformazionale che stiamo vivendo ha ridisegnato e ridefinito il nucleo centrale della nostra dimensione spazio-temporale. Il concetto stesso di distanziamento, con tutte le sue varie e complesse implicazioni, ha fatto sì che lo spazio e il tempo si dilatassero in una modalità

ed in una quantità pressoché incommensurabili. Il tempo ha mostrato ciò che in realtà è per noi umani: un istante perenne. Un istante che spesso però si rivela essere muto, silenzioso, privo di parola. Un istante che mostra sé stesso manifestando la sua caratteristica più destabilizzante: la sua natura indicibile, incapace di proferire parola e, perciò, totalmente inadeguata alla dimensione del senso. Il tempo è un istante silenzioso. 

Questo è lo scenario che si configura in una metropoli come Londra. Questo gigantesco e sofisticato apparato metropolitano è stato infatti travolto da un uragano inarrestabile, invincibile, implacabile, spietato. La filosofia britannica del dominio acritico e indiscusso dell’individuo su gran parte delle dinamiche naturali, biologiche, collettive, relazionali e spazio-temporali è finita totalmente in frantumi di fronte a quel filamento di RNA denominato SARS-CoV-2. L’ideologia britannica, che forse troppo spesso si lascia sedurre da varie forme di positivismo astratto, immediato, superficiale, incapace di far attrito con le basi stesse della metodologia scientifica, è stata costretta a piegarsi e abbandonarsi alle necessità imposte dall’uragano che porta il nome di Covid-19. “L’orrore”, impresso negli occhi e nelle parole del Kurtz di Joseph Conrad, oggi si manifesta nelle cifre numeriche che esprimono la quantità di decessi per Covid-19 nel Regno Unito. Queste cifre sono le più alte e, dunque, per ora di gran lunga le peggiori in tutta Europa. Un tuono ha abbattuto le certezze che abitavano nel cuore di Westminster. Quel tuono ha parlato attraverso un linguaggio sconosciuto. Una lingua incomprensibile, una voce la cui timbrica porta con sé sonorità inquietanti. Da quel giorno, Londra non è più la stessa.  

Molti di noi hanno fatto esperienza, probabilmente per la prima volta nelle proprie vite, di un disagio nuovo, finora sconosciuto, profondo e ormai ineluttabile. Un disagio che ci prende per mano e ci accompagna in una dimensione inesplorata, sorprendentemente nuova, totalmente silenziosa e perciò inquietante.

Se, da un lato, l’avvento del SARS-CoV-2 ha fondamentalmente scoperchiato gli innumerevoli vasi di Pandora che già abitavano nelle nostre vite, catalizzando e portando spesso alle estreme conseguenze tendenze, ansie e modelli di comportamento che vivevano già in noi (e cioè a prescindere dall’evento Covid-19), dall’altro ha proiettato la condizione umana in uno spazio, in un ambiente, un territorio profondamente nuovi. Il nostro cammino si è cioè avventurato presso terre inesplorate, silenziose, desolate. L’esito di una tale esplorazione, presso questi territori, è per ora sconosciuto. Il Covid-19 ha dunque assunto la funzione di catalizzatore per la condizione umana e, insieme, l’ha incoraggiata ad intraprendere un viaggio presso terre sconosciute. Persino un apparato metropolitano ultra-moderno e sofisticato come Londra non è stato esonerato da tutto ciò. Vediamo alcuni esempi quotidiani.

Uscire di casa, salire sui mezzi pubblici, condividere spazi chiusi e ristretti con altre persone – poco importa se estranee o familiari – ha assunto una nuova dimensione. Molto spesso, totalmente destabilizzante. Ciò è ormai chiaramente evidente in qualsiasi contesto umano: dalle periferie alle città, fino alle metropoli. Ma sono forse gli spazi metropolitani a rivelare con più estrema forza e ineluttabilità questa nuova dimensione umana. Londra, Parigi, Berlino, Madrid, Milano, New York, sebbene differiscano in modo significativo in termini di urbanistica, numero di abitanti, abitudini quotidiane, mix culturali, tutte condividono questa dimensione surreale, inquietante, destabilizzante: lo sguardo di colui che siede al mio fianco sul vagone della metro non è più innocente, indifferente, subordinato, irrilevante, superfluo, neutrale. È uno sguardo trasformato, allertato, insicuro, preoccupato, incerto, a tratti confuso, silenzioso. Quello stesso silenzio che preclude a noi l’accesso alla nostra fondamentale dimensione del senso. Cerchiamo ora di definire meglio alcuni dei concetti ora esposti. Con i termini ‘dimensione del senso’ intendiamo riferirci alla nostra capacità di saper dar ragione delle cose e degli eventi che pervadono e costituiscono la nostra quotidianità, le nostre vite. Questo nostro ‘dar ragione’ costituisce infatti il fondamento della nostra abilità di attribuzione di senso alle cose, agli eventi, alle circostanze della nostra vita. L’assenza, o il venir meno, di questa dimensione significa per gli umani la perdita, l’amputazione stessa della possibilità di comprensione della propria condizione. Ovvero, la reclusione dell’umano all’interno di una dimensione spazio-temporale totalmente silenziosa, priva di riferimenti semantici, priva di parola. In questi termini, la soggettività si trova così a fare i conti con un profondo senso di perdita. Proviamo ora ad analizzare, attraverso l’utilizzo di tali concetti, uno scenario divenuto ormai paradigmatico all’interno dell’apparato metropolitano londinese. Nella situazione di crisi pandemica che stiamo vivendo, scopriamo che il silenzio vive non solo nei nostri occhi, e cioè nello sguardo di colui che osserva, preoccupato, il vagone affollato del treno su cui egli stesso viaggia. Contemporaneamente a ciò, scopriamo infatti che il silenzio vive ormai anche nel cuore del nostro compagno di viaggio, colui che siede affianco a noi. Ed è proprio all’interno di questa configurazione spazio-temporale silenziosa che viene amputata e che viene così, di fatto, decapitata la nostra dimensione del senso.

Siamo di fronte ad una tensione fra soggettività ed oggettività che assume delle caratteristiche probabilmente finora da noi raramente portate a piena coscienza e, probabilmente, in parte inesplorate. Oggi più che mai, i concetti di oggettività e soggettività si trovano alle prese con una nuova dialettica ed una tensione che assumono un profilo inquietante. Si tratta di uno scenario che configura una problematica di fronte alla quale l’ideologia positivista britannica si trova totalmente impreparata, essendo sprovvista di strumenti di analisi e di strategie di indagine adeguate a riguardo. Come vedremo fra poco, una cultura fondata sul concetto di ottimizzazione delle procedure, che garantiscono appunto la funzionalità dell’apparato, finisce poi per commettere il grave errore formale di attribuire agli individui umani proprietà che in realtà non gli appartengono: efficienza e funzionalità (ad ogni costo e in qualsiasi circostanza) sono proprietà dell’apparato, non dell’umano. Un’ideologia che confonde le proprietà dell’umano con quelle dell’apparato rischia infatti di tradurre facilmente questa fallacia formale anche sul piano esistenziale. Costruendo in questo modo una strategia totalmente inadeguata, che presuppone di risolvere le problematiche dell’umano principalmente rafforzando e consolidando le strutture dell’apparato stesso. Come vedremo meglio anche nel corso dell’articolo, tale strategia si rivela scorretta, fallace, tanto sul piano formale quanto su quello esistenziale. Infatti, una cultura che fonda le proprie strategie su di una tale ideologia, rischia fortemente di sottovalutare o, addirittura, dimenticare un punto tanto essenziale quanto paradossale riguardo ai problemi qui affrontati. Un aspetto che definisce e caratterizza il nucleo centrale della sfera delle vicende e delle problematiche tipicamente umane. Ovvero, il fatto che, in una larga classe di casi, l’umano è sia la soluzione che il problema.

Cercheremo di espandere e chiarire meglio questi punti fra poco, ma torniamo ora alla descrizione di questa nuova tensione dialettica che sembra caratterizzare la situazione pandemica che stiamo vivendo. Come dicevamo, una dialettica che esplicita caratteristiche inquietanti è dunque venuta ad abitare fra noi, nelle nostre città, nelle nostre comunità. Spieghiamoci meglio. La nostra esistenza quotidiana si trova a misurarsi costantemente non soltanto con l’oggettività biologica del virus in sé, che porta appunto il nome di SARS-CoV-2, ma anche con l’idea soggettiva del virus che abita nelle nostre vite. Ripetiamolo: non il virus in sé, ma l’idea del virus. Ecco forse colto lo svelarsi del nostro più acerrimo nemico. Colui che passeggia liberamente nel giardino dei nostri pensieri, che ci segue nella nostra intimità, e che improvvisamente altera il nostro ritmo cardiaco. Colui che ci prende per mano e ci accompagna nella nostra quotidianità, e che spesso viene anche a farci visita nei nostri sogni.

Proseguiamo dunque l’analisi in tale direzione. La dimensione umana si trova oggi infatti a combattere quotidianamente non solo contro l’oggettività di un virus che ha caratteristiche puramente biologiche, e quindi totalmente indipendenti dalla nostra capacità di pensarlo, concepirlo, comprenderlo (il Covid-19 è una sequenza di RNA, non dimentichiamolo), ma si trova nello stesso tempo alle prese con una guerra quotidiana ben più profonda. Una sfida costante e massimamente soggettiva, che ci costringe a sradicare e tormentare la nostra stessa quotidianità, costituita appunto da relazioni interpersonali, promesse, aspettative, aspirazioni, progetti, attese. Come suggerivamo appunto all’inizio di questo articolo, quando facciamo esperienza della natura perenne e silenziosa dell’istante, la nostra prassi quotidiana inizia a perdere attrito con la dimensione del senso. Questa assenza di progettualità, rivelata appunto dalla perennità dell’istante (in cui presente, passato e futuro si fondono nella dimensione istantanea), ci proietta verso territori inesplorati. Territori la cui vista produce in noi uno sguardo incerto, preoccupato, destabilizzato. Un territorio in cui aleggia un profondo senso di perdita

In questo scenario, così intimo, complicato, intricato, si rivela dunque un paradosso destabilizzante ed estremamente potente. Da un lato, come abbiamo visto, una soggettività ferita, amputata, preoccupata, colta totalmente impreparata e che fa esperienza di un profondo senso di perdita. Dall’altro, invece, una sorta di apparato trans-soggettivo (dal latino ‘trans’, ‘oltre’, ‘al di là’ ), oggettivante, che sovrasta e pretende di gestire, dominare e schiacciare sotto di sé la soggettività. Un apparato che si manifesta sotto forma di strutture economiche, finanziarie, tecnologiche, che operano appunto attraverso dinamiche e procedure oggettivanti. E cioè, strutture, procedure e dinamiche che tentano, facendo astrazione, di trascendere e semplificare le caratterizzazioni tipiche della soggettività umana. Tali dinamiche, a loro volta, hanno poi una ricaduta profonda sui modelli di organizzazione del lavoro, delle strutture socio-politiche, e persino educative, dei paesi in cui viviamo tutti noi. Stiamo dunque parlando di un complesso di dinamiche massimamente assoggettato ad un apparato che non è in grado di esonerarsi dal suo unico imperativo categorico: continuare a funzionare, indipendentemente da tutto ciò che accade.

In questo senso, una metropoli come Londra è probabilmente un esempio paradigmatico di apparato. Un apparato colpito al cuore, in maniera dura e inesorabile, ma che comunque si rifiuta di accettare la sconfitta. Un rifiuto che, in un contesto pandemico del genere, risulta essere incauto, rischioso e molto pericoloso per i più vulnerabili. Proiezioni e analisi statistiche, purtroppo, non fanno altro che confermare tali fattori di rischio relativi al contesto britannico; soprattutto nel caso di un apparato metropolitano come quello londinese. Ed è proprio all’interno di tale rapporto tra rifiuto della sconfitta e fattori di rischio che entra in gioco un’ideologia acritica e capillare, il cui ruolo consiste nel sorreggere, garantire e far metabolizzare, all’interno delle varie e delicate dinamiche sociali, il raggiungimento del  fine ultimo dell’apparato stesso: continuare a funzionare. Stiamo pensando ad un’ideologia positivista, fortemente radicata nella cultura britannica, fatta di individui in carne ed ossa, che si illudono di essere gestori e garanti di una razionalità acontestuale, impersonale e puramente funzionale. Una razionalità fatta di procedure, processi e dinamiche che hanno come loro unici obiettivi la salvaguardia e la garanzia dell’ottimizzazione della loro stessa funzionalità, della propria efficienza, in qualsiasi circostanza, in ogni contesto. E, dunque, indipendentemente dalle necessità, dalle pretese e dalle richieste della soggettività. All’interno di questa struttura razionale, infatti, il chi e il che cosa vengono a perdere qualsiasi rilevanza e significato. In altri termini, il futuro e la garanzia della funzionalità stessa di tali apparati non si alimenta e non dipende in modo diretto dalle persone che vi operano e lavorano al loro interno.  Il motivo principale è che tali apparati fondano la loro stessa razionalità non sul ‘chi’o ‘che cosa’ che li rendono possibili, ma sul ‘come’. Ovvero, essi esprimono una struttura razionale che si autoalimenta e che si è interamente costituita sulle procedure e le dinamiche stesse che le rendono possibili. L’ottimizzazione progressiva della funzionalità di tali apparati non è dunque opera della soggettività, ma delle procedure stesse. Come suggerisce Heidegger, nell’ambito della sua profonda riflessione sulla razionalità tecnologica, questo tipo di apparato non ha fini, non ha scopi, non promette nulla. Semplicemente: funziona. Appare dunque profondamente paradossale il darsi di una cospicua comunità di individui che, in un momento storico come questo, al posto di prendere atto della sofferenza e del profondo senso di perdita della soggettività che essi stessi sono, sembrano invece unicamente impegnati ad investire ogni sorta di risorse cognitive per cercare di garantire (e giustificare) il funzionamento di un apparato che, in ogni caso, sembra trascenderli per definizione. L’illusione di potersi esonerare da una profonda presa di coscienza di questo senso di perdita è probabilmente il sintomo più profondo della fragilità che vive nel cuore di tali individui. Proprio in quanto animali in grado di costruire e abitare la dimensione del senso, nessun individuo sarà infatti esonerato dalla necessità di questa fondamentale presa di coscienza. La dimensione e le dinamiche trasformazionali imposte dalla situazione pandemica, in un contesto sociale specifico come quello contemporaneo, comportano il darsi di un profondo senso di perdita, con il quale ognuno di noi è chiamato a fare i conti. Proprio in quanto individuo, in quanto espressione della soggettività umana.


Cosa fare allora? Come possiamo tentare di uscire da tali paradossi? Come possiamo imparare a saperci districare all’interno di queste dinamiche paradossali? Innanzitutto è bene chiarire che, più che di paradossi logici, qui si tratta di paradossi che giacciono sul piano esistenziale. Il problema del senso chiama infatti direttamente in causa la dimensione esistenziale della soggettività e dell’individuo. Se questo è vero, allora un qualsiasi tentativo di risposta al problema del senso è da ricercarsi sul piano esistenziale. Crediamo infatti che il nostro cammino verso un possibile recupero della dimensione del senso debba ripartire dal prendere atto, dalla presa di coscienza del profondo senso di perdita di cui tutti noi stiamo facendo esperienza. La dimensione esistenziale determinata dall’avvento del Covid-19 ci impone infatti di misurarci quotidianamente con la perdita: dal disfacimento delle nostre carriere, all’implosione e alla dissoluzione di varie relazioni umane; dalla rinuncia al contatto fisico con i propri affetti, alla demolizione di intere prassi di comportamento date per scontate; dalla rinuncia ai nostri progetti di vita e di viaggio, alla perdita del tutto forzata dell’occasione dei nostri sogni. Imparare a misurarci con piena coscienza con la dimensione della perdita rappresenta una condizione necessaria al recupero della dimensione del senso. La promessa di un futuro ancora insieme sarà infatti immaginabile soltanto se ognuno di noi sarà disposto a prendere atto ed accettare la rinuncia, la perdita di ciò che finora tutti noi assumevamo esserci garantito, dovuto, assicurato quasi con certezza. Nel contesto di una pandemia ormai globale, infatti, solo nella misura in cui tutti sono disposti a perdere qualcosa adesso, sarà allora possibile immaginare la plausibilità di un futuro prossimo che saprà raccontarsi e riconoscersi nella collettività. Un futuro non più profondamente dominato dalla dimensione inquietante del silenzio, del distanziamento, della perdita del senso, della desolazione. Un futuro con uno sguardo diverso, trasformato, ma che continuerà a cercare lo sguardo dell’altro. Poiché lo sguardo dell’altro ci definisce e, nel far questo, ci dona la nostra stessa identità. Imparare ad accettare la perdita è probabilmente il primo passo che apre la strada alla possibilità di imparare ad immaginare un nuovo inizio.