Il mistero dello scrittore, Giuseppe Arena che preferì l’anonimato alle luci della ribalta

di Bruno Gemelli

Francesco Guccini in recenti e ripetute interviste ha detto di non essere mai stato comunista e di aver simpatizzato per il Partito d’Azione. Una forza politica quest’ultima nata nel 1942 e spenta nel 1947.

Una meteora liberal democratica e socialista cui aderirono gente

come Ferruccio Parri, Ugo La MalfaPiero Calamandrei, Emilio Lussu, Adolfo TinoGuido DorsoTommaso FioreLuigi SalvatorelliAdolfo OmodeoGuido CalogeroNorberto BobbioTristano Codignola, Manlio Rossi Doria, Riccardo Lombardi, Leo Valiani, Francesco De Martino. Molti di questi collaborarono successivamente a “Il Mondo”, nato nel 1949, la rivista politica diretta da Mario Pannunzio. Un giornale che fece opinione nell’ambiente culturale italiano e si mise sul crinale tra le due chiese, quella clericale e quella comunista. E poi tanti collaboratori ignoti. Tra questi c’era anche Giuseppe Arena di Roccella Jonica, professore di filosofia, negli anni ’60, presso il Liceo classico “Ivo Oliveti” di Locri. Era ignoto perché firmava i racconti con due pseudonimi: Bruno Malatesta e Lia Bhas (in arabo bhas significa sabbia, arena).

La vera identità dell’elzevirista calabrese (era nota soltanto a Giulia Massari, responsabile delle pagine culturali de Il Mondo) si seppe in punto di morte. Scrisse 21 storie (15 a firma Lia Bhas e 6 a firma Bruno Malatesta, dal 1957 al 1960) in cui narrò i vizi e le virtù della società meridionale suscitando lo stupore e l’ammirazione dei lettori che si chiedevano, invano, chi si celasse dietro quei nomi.

Le storie di Arena descrivevano situazioni e vicende di Roccella Jonica, del liceo di Locri, di Caulonia, caratterizzate da uno spregiudicato realismo e da un’invenzione accattivante e maliziosa che in quel tempo provocò curiosità e scalpore nell’intera Locride. I racconti si rivelarono anticipatori delle storie al femminile di Alberto Moravia, pubblicati negli anni ’70 sul Corriere della Sera. Arena si cala all’interno della sensibilità femminile di una donna di quegli anni, che sa riversare nella cruda fisicità della carne, nella tensione del desiderio, mascherato e compreso. Le donne di Arena soffrono per la chiusura del conformismo e del perbenismo ma covano dentro una nascosta sete di rivincite che sfida le convezioni purché siano salve le apparenze.

Di quella esperienza è rimasto un interrogativo. Perché, pur avendo quel talento, Arena preferì l’anonimato? Il suo narrare, infatti, non ebbe, non si sa perché, sviluppi.