Calabria e promozione turistica: una lunga storia d’amore non corrisposto

di Andrea Fama

“Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione”, sosteneva Oscar Wilde ben prima che fosse inventato il cosiddetto «marketing di destinazione». E la regione

Calabria di occasioni ne ha avute – e sprecate – tante. Quella tra la Calabria e la promozione turistica del suo territorio, infatti, è una storia costellata di passi falsi. Emblematico è il caso del portale “Turiscalabria.it”. Varato nel 2006 dalla giunta Loiero per la cifra astronomica di 1,4 milioni di Euro (neanche se l’avesse sviluppato Steve Jobs),

inizialmente contava su una redazione composta da un direttore e diversi collaboratori, tutti con stipendi superiori ai due mila Euro. Il portale, seppur indispensabile per raggiungere una platea globale come ormai avviene da anni per realtà virtuose che usano con cognizione strumenti analoghi, non ha mai brillato per la sua attività, nonostante due ulteriori restyling (nel 2013 e nel 2017) che hanno portato la spesa complessiva a circa due milioni di Euro. Basti pensare che il sito – nelle parole dell’ex Presidente Oliverio «un nuovo e importante strumento di comunicazione e promozione della nostra regione, che saprà essere uno straordinario canale di proiezione dei nostri tesori e delle principali offerte in campo turistico» – è stato “offline” perfino durante l’ultima BIT-Borsa Internazionale del Turismo tenutasi a Milano lo scorso febbraio (giunta Santelli). Sorte analoga per la relativa pagina Facebook, tristemente ferma al mese di giugno, proprio quando stava per iniziare la stagione turistica probabilmente più complicata e delicata dal dopoguerra ad oggi e una comunicazione istituzionale rassicurante e coinvolgente sarebbe stata quanto mai opportuna.

Dai pixel alla cellulosa, il risultato non cambia. Più d’uno ricorderà la campagna pubblicitaria commissionata dalla Regione nel 2016 e atterrata sulle pagine della rivista di bordo della compagnia Ryan-Air, con un’impaginazione amatoriale e con scelte grafiche alquanto discutibili, per non dire di refusi dal titolo sino a piè di pagina, e con un’immagine sciatta del celebre “Arcomagno” di San Nicola Arcella, un luogo iconico bistrattato e ritratto con asciugamani e infradito sparsi tra gli scogli. Un lavoro non proprio a regola d’arte per una pubblicità che avrebbe fatto il giro d’Europa evidenziando, più che le bellezze del nostro territorio, la superficialità con la quale era avvenuta la promozione.

Continuando a cogliere fior da fiore, si arriva all’ottobre 2018, quando la Regione ha organizzato un velleitario convegno sul turismo rivolto al mercato tedesco; quattro giorni di incontri e gite, il cui acme è stata una cena per 600 operatori turistici accolti in una piazza di Reggio Calabria appositamente ristrutturata per l’occasione. Costo dell’operazione: 800 mila Euro (tra affidamenti diretti per il catering e appalti frazionati per addetti stampa e circo mediatico). Un flop: ritorno sull’investimento: zero, nessun contratto firmato, flussi turistici invariati.

L’ultimo episodio della saga è di questi giorni e non è passato certo inosservato. Premessa la distinzione tra il soggettivo valore estetico di un’opera e il suo eventuale valore funzionale-commerciale (tutto da dimostrare, ma per farlo bisognerebbe prevedere un monitoraggio dei flussi turistici prima e dopo, un’analisi delle leve che spingono i turisti in Calabria, ecc.), per ora possiamo giudicare solo ciò che abbiamo visto e non i suoi possibili frutti – senza necessariamente essere professionisti del settore, come molti invocano, poiché il cortometraggio di Gabriele Muccino non è rivolto agli addetti ai lavori, ma a tutti – specie, dicono, all’estero, quindi si deduce che è già stato o sarà anche sottotitolato. Premesso altresì che saremmo ben lieti tutti, detrattori dell’opera compresi, di  essere smentiti e vedere il corto sbancare il web e primeggiare nei festival di settore internazionali, con conseguente afflusso turistico a beneficio dell’economia e dell’immagine della Calabria nel mondo. Ciò detto, quello di Muccino è un cortometraggio, non un documentario, né una guida turistica o uno spot pubblicitario. È un cortometraggio e in quanto tale ha i suoi linguaggi, le sue tecniche narrative, e una storia specifica che, per sua natura appunto, lungi dal poter avere ambizioni di esaustività sulle ricchezze della Calabria tutta, vorrebbe invece catturare lo spettatore attraverso l’emozione – pura, istintiva, di certo non didascalica. Ma non è piaciuto, per molti non è altro che una sequela sciapa e posticcia di cliché sonnolenti e raffazzonati. E il punto non sono le clementine che crescono solo in inverno, il finocchietto che nella soppressata non c’è o le coppole seppur griffate Armani, né tanto meno il lauto cachet per un investimento che pur avrebbe potuto fruttare un ritorno economico e di immagine adeguato. Il punto è che quella storia smunta non emoziona, dialoghi e personaggi sono deboli e la fotografia, pur bella, è sostanzialmente anonima, tanto che in molti tratti il corto potrebbe riferirsi a più d’una regione del Mediterraneo, dall’Italia alla Grecia passando per la Tunisia. Il punto è che non sa di Calabria, ecco. Insomma, più che “la rottura culturale con il passato”, sembra la rappresentazione plastica di un flop che, per ora, ha tutto il sapore del “déjà vu” e del già vissuto.