Coronavirus e dintorni. La scuola in trincea all’insegna della precarietà

di Annalisa Martino

La scuola non si tocca. La scuola deve ripartire. La scuola è tutto. La scuola è padre e madre. Evviva la scuola. Ecco, l’elogio alla scuola, quasi un po’ grottesco, in questi giorni di difficoltà diffusa, ci giunge da ogni dove.

Sembra che tutti, dopo il risveglio gioioso dai mesi bui del confinamento, dopo la rimozione estiva degli orrori della pandemia, abbiano scoperto il valore della scuola. Dalle istituzioni centrali a quelle più periferiche. Dall’uomo di potere all’uomo della strada. Dal professionista al manovale. Affermare quanto sia importante andare a scuola pare sia diventato un’inoppugnabile verità che tutti ripetono come un mantra. E forse ci credono anche.

Tanto che mi son detta: “Vuoi vedere che alla mia veneranda età, dopo una vita trascorsa tra banchi e lavagne, tra polvere di gesso e odore di mensa nelle narici, assediata dal rumoroso vociare di esuberanti adolescenti e dal suono insistente della campanella che scandisce il mio tempo, finalmente assisto a quel giusto, legittimo, sacrosanto riconoscimento della scuola e della sua mai apprezzata importanza?” Ebbene sì, finalmente è arrivato quel momento! Il Covid ha compiuto il miracolo che scioperi, rivendicazioni sindacali, governi progressisti e boutade elettorali propagandistiche non sono mai riusciti a fare. E siccome sono un’inguaribile ottimista, ho l’ardire di credere a questo miracolo. Senonché la vita mi impone una visione realistica delle cose. Mi tocca farlo, anche perché la scuola la vivo, la respiro, la soffro e ne sento la sofferenza sul collo. Senza considerare che l’ho amata tanto e l’amo ancora, sia pure con qualche riserva.

Ma procediamo con ordine. Sono tante le critiche mosse al governo. Alcune legittime, altre un po’ meno. Eccone alcune: che non si è mosso in tempo, che ha dormito per sei lunghi mesi, cha ha peccato di disorganizzazione, che ha manifestato miopia nei confronti dei problemi che via via diventavano sempre più grossi e visibili. È vero, ci sono stati dei ritardi nell’organizzazione. In primis degli spazi. Ma, attribuire al governo tutte le colpe relative alle carenze logistiche e infrastrutturali della scuola sarebbe come accusare l‘endocrinologo o il diabetologo dell’obesità del paziente. La scuola versava, prima ancora del Covid, in condizioni disastrose: aule anguste e insufficienti, classi sature di adolescenti recalcitranti poco adusi alle regole, indigenza diffusa, zero investimenti e carrettate di riforme inconsistenti e poco migliorative. E tutte a costo zero (non si è mai vista una riforma degna di tale nome che non comporti un importante capitolo di spesa, ma questa è un’altra cosa). Non si tratta, però, di una novità. Diciamo che tali disagi non sono mai stati presi in considerazione, perché privi di sensazionalismo e apparentemente innocui. In fondo, si è sempre pensato, sono ben altri i problemi della nostra società. D’altra parte, si sa, gli insegnanti costituiscono una categoria protetta cui non è dato lamentarsi. Ma ecco che con la pandemia si constata la centralità della scuola e finalmente degli antichi nodi vengono al pettine. Ci sono classi troppo numerose, aule pollaio e, udite udite, insegnanti preparati (sono in tanti che hanno dovuto, obtorto collo, ammettere che no, che non è vero che sono tutti somari e inetti e che dalle lezioni a distanza sono emerse come per magia competenza e professionalità). Scoperti gli altarini, bisognava rimboccarsi le maniche. Tuttavia, siamo arrivati a settembre non del tutto preparati e si è lasciato alle singole scuole, all’impegno del volontariato, ai comuni, il compito gravoso di salvare il salvabile. Ma il margine del perfettibile era molto risicato. E miracoli non si era in grado di farne. Ed ecco ancora una volta la stravagante inventiva dei docenti e la loro epica abilità di fare di necessità virtù. In due settimane a partire da agosto (mi riferisco in particolare alle scuole che hanno iniziato la scuola il 14 settembre) insegnanti e presidi hanno attuato all’interno dei loro singoli istituti, con gli esigui spazi a disposizione, dei protocolli di vita comunitaria, a detta di alcuni liberticidi, ma di certo molto efficaci. Tanto che la scuola è diventata uno dei luoghi più sicuri in questa seconda ondata di pandemia. Grazie a docenti in trincea, costretti a lottare con la demagogia del negazionismo, della sottocultura, della disinformazione, coi populismi delle dittature sanitarie e non ultimo, con un sentimento di identità collettiva gravemente mutilato. Sì, perché soffriamo di individualismo. Vecchie e nuove generazioni. Le nequizie del ventennio hanno cambiato pelle e cuore di molti italiani, sempre più autoreferenziali e sempre più incapaci di riconoscersi nel bene comune. Tranne poi stringersi sui balconi, mano sul cuore e voce strozzata dalla commozione, per intonare in coro l’inno nazionale. I figli guardano ed emulano i propri genitori. E ne assorbono vizi e virtù. Comportamenti leggeri sono la sintesi di un approccio adulto irresponsabile, sono l’emanazione di cattivi modelli contro cui la scuola combatte ogni giorno in prima linea e che spesso compromettono il capillare lavoro di prevenzione svolto. Talvolta lo vanificano. Insomma, se la scuola è un luogo sicuro, tale sicurezza è messa continuamente a dura prova da un sistema scolastico fragile e malato e da un ethos sfilacciato e immaturo. Per fortuna esistono gli insegnanti. Non mi piacciono le etichette, rifiuto la retorica delle celebrazioni (figuriamoci delle autocelebrazioni!) e delle consacrazioni. Non gradisco classificazioni romantiche riferite a chicchessìa. Non parliamo di angeli, né di eroi, di missionari o di creature speciali. Parliamo invece di falangi di lavoratori per nulla speciali che, libro, computer, mascherina e guanti alla mano, rivendicano la loro normalità, sfidando un nemico terribile. Per non arrendersi al nulla. Per non rinunciare al futuro. Per offrire alle nuove generazioni conoscenza, formazione e senso civico. Per non consegnare nessuno alle tenebre dell’ignoranza. Per potenziare quell’identità collettiva, ancora tanto incerta. Che poi è tutto quello che ci occorre in questo drammatico momento.