Us, Joe Biden presidente. La gioia degli americani e la folle exit strategy di Trump

di Rino Muoio

Non tutto, dunque, è perduto. E detto dalla Calabria di queste ore, mortificata e quasi rassegnata dagli eventi, lontana 7600 km da Washington, è un inno alla speranza insperato, quasi una flebo di ottimismo

e Dio sa quanto ce ne sia bisogno, tra coronavirus e indegna conduzione della res pubblica. E così accade che qualche ora fa, Joe Biden, 78 anni, cattolico di origini irlandesi, moglie di origini italiane, diventa di fatto il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America al termine di una maratona elettorale che definire infuocata è poca cosa, e questo non può che regalare fiducia ai cittadini illuminati di questo pianeta,

perché l’evento, che si consegna alla storia americana, testimonia come le cose possano cambiare in modo insperato, anche sul crinale, ad un soffio dal baratro. Una vittoria, quella di Biden, che la CNN ha anticipato nel pomeriggio di ieri sulla base di dati che vedono la Pennsylvania, con ben 20 grandi elettori, strappata ai repubblicani ed assegnata all’ex vicepresidente di Barack Obama. Le manifestazioni di autentico giubilo sono partite immediatamente tra i supporters democratici, che proprio su invito del loro candidato, avevano assunto dall’election day un comportamento sobrio, misurato, in attesa dei risultati. Time square è sembrata subito Rio, nonostante la pandemia. Ma New York non ha mai digerito Donald Trump e il suo delfino Rudy Giuliani, ex sindaco della grande mela che ora guida lo stuolo di avvocati che dovrebbe trascinare l’esito del voto fino alla corte suprema, cosa peraltro mai accaduta in passato. L’idea che si realizza ad osservare le immagini di quella gioia incontenibile, tra California, Colorado e Virginia, è che, oltre alla vittoria del “vecchio” Joe, è la fine dell’era Trump che si festeggia, l’uomo autoritario simbolo del sovranismo mondiale, con buona pace dei nostrani Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che turbati provano a tranquillizzare la destra italiana con dichiarazioni ispirate all’orgoglio patriottico.

Ma in verità la storia ora può davvero cambiare verso, perché la vittoria di Biden influenza inevitabilmente gli equilibri politici mondiali, a cominciare dall’Europa, abbandonata, mortificata e in alcuni momenti oltraggiata da Trump e dalla sua oggettiva arroganza. Fondamentalmente sua l’operazione di addio alla UE della Gran Bretagna, una scelta che ora non potrà che aggravare la posizione geopolitica di Londra, nella volontà di individuare una testa di ponte sul vecchio continente, che fa 150 milioni di abitanti in più rispetto agli Stati Uniti e rappresenta un mercato importantissimo a livello planetario. Sua soprattutto la volontà di dividere l’Europa, ridurne l’influenza, la potenza economica e bloccarne l’eventuale processo di potenziamento militare. E da li il dumping più cinico e irriverente, l’introduzione dei dazi per svantaggiare i tanti prodotti di qualità prodotti negli stati europei, Italia in primis. Ma Trump è anche l’uomo dello stupefacente abbandono degli Usa dall’organizzazione mondiale della Sanità, dell’uscita dagli accordi di Parigi sulla riduzione delle emissioni, del trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, della vergogna del muro innalzato ai confini con il Messico, con le scene orribili delle divisioni delle madre dai propri bambini, costretti alla reclusione di fatto in grandi gabbie di acciaio, della linea dura della polizia contro gli afroamericani, attraverso l’uso ingiustificato delle armi, e soprattutto dello smantellamento del primo sistema sanitario nazionale americano, introdotto da Barak Obama come segno tangibile di welfare solidale. Un progetto di abbattimento della giustizia sociale che è uno dei tratti distintivi della destra oltranzista e radicale americana, ideologicamente oltre le intenzioni degli stessi repubblicani. Una scelta logicamente connessa al comportamento assolutamente insensato e incosciente di Trump rispetto alla pandemia, trattata per mesi come poco più di un’influenza stagionale collettiva. Il covid, in realtà, ha già contagiato oltre 10 milioni di americani e ne ha uccisi poco meno di 250.000. Lo stesso ex presidente ne ha conosciuto la virulenza, salvo uscirne guarito in pochi giorni grazie alle costosissime e sperimentali terapie alle quali è stato sottoposto con immediatezza, al contrario dei suoi connazionali. La sua sconfitta avrà, dunque, un significato enorme per gli statunitensi e un’influenza fortissima su tutto il resto del mondo. Ma lo stesso Trump non vuole sentirne parlare e conferma di non voler riconoscere la vittoria di Biden, nonostante quest’ultimo abbia addirittura la possibilità di guadagnare 300 grandi elettori, trenta in più di quei 270 già raggiunti per essere proclamato presidente. Per lo “sceriffo” Giuliani e lo stuolo di avvocati di Trump, che hanno già avviato ricorsi in diversi stati dove egli ha perso, sarebbero almeno 600.000 le schede dubbie, in particolare quelle del voto postale, e si dicono pronti a portate la questione fino a quella corte suprema nella quale l’ex presidente ha piazzato nel tempo la maggioranza dei membri, capo compreso. Un tramonto patetico, che non tiene conto di quei quasi 70 milioni di americani che gli hanno detto no, votando Joe Biden e soprattutto Kamala Harris, la cinquantaseienne californiana, di orgini indiane e giamaicane, ex magistrato, primo vicepresidente donna degli Stati Uniti, sulle quali si concentrano le attenzioni del mondo. Quanto davvero Trump possa tirarla alla lunga, prima di accettare la sconfitta, è presto per dirlo, anche se al contrario del sistema di scrutinio del voto, davvero inadeguato e per certi versi risibile, il cronoprogramma è regolato severamente dalla legge americana, e porta alla proclamazione del neo presidente il 20 gennaio prossimo, quando Trump dovrà lasciare la Casa Bianca. Ma c’è un’altra questione che preoccupa oltremodo, e riguarda le sollecitazioni che l’ex presidente direttamente e indirettamente fa pervenire da giorni a certi ambienti della destra radicale che lo ha sempre sostenuto, a cominciare dai tanti movimenti e frange che alimentano il gruppo dei suprematisti bianchi che lo stesso Trump non ha mai voluto condannare, dimostrando platealmente le sue simpatie verso gli ambienti razzisti e d’ispirazione nazifascista degli States. Sarebbe folle oltre che inquietante che la sua presidenza venisse ricordata non tanto per le sue politiche quanto per aver alimentato un clima da guerra civile che gli stanchi e provati cittadini americani in gran parte proprio non meritano.