Assunzioni dei medici di base e abolizione del numero chiuso per salvare la sanità

di Rino Muoio

Una crisi pandemica senza precedenti come quella che stiamo vivendo non può che avere come protagoniste assolute le professioni sanitarie, e in particolare i medici, intesi come

ricercatori, specialisti e medici di famiglia. In Italia gli iscritti all’ordine sono poco meno di 400 mila. Più di 130.000 sono ospedalieri, 115.000 svolgono attività specialistica da liberi professionisti, meno di 18.000 lavorano presso le cliniche private e 44.000 sono i medici di medicina generale, i quali hanno mediamente uno stipendio lordo di 120.000 euro all’anno per occuparsi di circa 1.300 pazienti a testa, che conoscono uno per uno assieme alle loro patologie e ai loro affanni esistenziali. Il vecchio medico della mutua o condotto non esiste

più da decenni, ma le regole d’ingaggio per gli attuali medici di famiglia sono in larga misura sempre quelle: rapporto di prossimità, prevenzione, cura delle malattie croniche e terapie urgenti prima di affidare il paziente con patologie acute ai colleghi ospedalieri. Un lavoro encomiabile che si è rilevato fondamentale nell’innalzamento della durata media della vita. In queste settimane, tuttavia, questa vicinanza con il paziente si è rilevata complicatissima da gestire, perché il Covid ha un comportamento subdolo e non consente al medico di base di svolgere il proprio lavoro con serenità. Da inizio pandemia, infatti, oltre 200 di loro, si sono contagiati e sono deceduti. Una perdita gravissima che inevitabilmente ha messo in allarme la categoria che ora in qualche modo si mette di traverso rispetto ad alcune pressanti richieste del ministro della Salute. Ma ci sono due eventi che caratterizzano il momento e che hanno a che fare proprio con quella medicina del territorio ritenuta strategica per controllare l’intasamento dei grandi ospedali hub e quindi la stessa pandemi.

 Nello specifico le notizie sono almeno due.

La prima riguarda la recentissima sentenza del Tar Lazio che ha accolto il ricorso promosso dallo SMI, il Sindacato Medici Italiani, utile a riconoscere, così com’è stato, la esclusione dei medici di medicina generale dalle visite domiciliari ai pazienti Covid, che secondo il tribunale amministrativo capitolino devono essere assicurare dalle cosiddette Usca – Unita’ Speciali di Continuità Assistenziale, istituite con il decreto legge nr 14 del 9 marzo scorso. In buona sostanza i giudici hanno ribadito che devono essere le stesse Usca a garantire diagnosi, presa in carico e monitoraggio dei pazienti contagiati dal coronavirus, per consentire a medici di base e pediatri la continuità assistenziale ordinaria al resto dei pazienti.

La decisione del Tar laziale, che verrà certamente appellata al Consiglio di Stato, ha posto, tuttavia, più di un interrogativo, anche in relazione agli aspetti etici della professione medica. I sindacati di categoria sono fortemente divisi non solo sulla interpretazione della pronuncia del Tar, ma sulla stessa opportunità di promuovere il ricorso da parte della SMI su una questione che non tiene conto della missione che il medico ha e che non può prescindere dalle esigenze di assistenza e cura dell’ammalato.

“ Il ricorso dello Smi è vergognoso –  ha tuonato in un commento a caldo il segretario provinciale della Fimmg Roma, Pier Luigi Bartoletti – Uno schifo. Questo ricorso fa fare alla categoria una figuraccia. Ma noi continueremo a fare il nostro lavoro, ad effettuare oltre cento visite domiciliari al giorno con le Uscar, e non lasceremo soli i colleghi degli ospedali in questa battaglia”

Una spaccatura grave che nasce, peraltro, intorno alle forti e più o meno pubbliche critiche che i governi regionali, così come i medici e i paramedici ospedalieri, stanno muovendo in queste settimane all’indirizzo dei colleghi di base. La questione è quella della cosiddetta rete territoriale che è unanimemente considerata, a cominciare dal governo, centrale nel sistema di contrasto alla pandemia. Proprio quella che invece non avrebbe funzionato in Lombardia, che continuerebbe ad avere problemi organizzativi serissimi, finendo per creare quel famoso imbuto nei pronto soccorso degli ospedali. Nella verifica e nel tentativo di mettere in efficienza proprio il territorio e quindi i medici di base, prima della seconda ondata che stiamo vivendo, non si è trovata la quadra perché gli stessi medici hanno dichiarato la loro difficoltà a prendere in carico i pazienti Covid per curarli a casa ed evitare che finiscano in ospedale con sintomi blandi. Tra gli elementi che gli stessi sanitari hanno portato all’attenzione del governo, la mancanza dei dispositivi di protezione e il supporto di un infermiere. Cassata poi la possibilità di effettuare i tamponi presso i propri studi professionali, che spesso sono ospitati in locali piccoli, situati in condomini di grandi città, “nei quali – hanno argomentato – è pressoché  impossibile assicurare due percorsi distinti per pazienti sospetti Covid e per tutti gli altri che nulla hanno a che vedere con i test che dovrebbero essere effettuati”. La situazione è ancora di stallo in tutto il Paese. Solo la Regione Veneto ha ritenuto di obbligare i medici di famiglia ad effettuare i tamponi salvo incorrere in sanzioni disciplinari. La percezione è che comunque i medici di famiglia, nonostante gli accordi o le disposizioni regionali, non intendano effettuare i tamponi e prendersi in carico i pazienti Covid. Già ora, da tutti i territori dello stivale arrivano notizie di medici di famiglia che non visitano più i loro pazienti, ne in studio e ne a casa, per evitare il contagio. Il problema parallelo, per altro, è che le Usca non sono partite per come previsto in molte regioni italiane e quindi chi si contagia e ha sintomi può ritrovarsi senza il medico di famiglia, che spesso neanche risponde al telefono, e senza i sanitari dell’Usca perché la presenza dello stesso presidio non è garantito allo stesso modo su tutto il territorio nazionale.

Una situazione che sembra irrisolvibile, nonostante il lavoro dei medici di famiglia sia regolato da decenni da un rapporto di convenzione che, tuttavia, non sembra assicurare una efficace organizzazione dei servizi territoriali.

Ecco perché probabilmente è proprio lo status del rapporto di lavoro dei 44.000 medici di base che meriterebbe una completa riforma che potrebbe, ad esempio, prevedere il passaggio degli stessi professionisti dal regime di convenzione a quello di dipendenza del Sistema Sanitario Nazionale, nell’ambito del contratto collettivo di lavoro della categoria. Questa specie di rivoluzione copernicana porterebbe vantaggi agli stessi medici in questione, che si vedrebbero riconosciute le normali tutele dei pubblici dipendenti, e al sistema sanitario che avrebbe la possibilità di disporre, gestire e razionalizzare le risorse in argomento in piena autonomia ed esigenza.

Un processo, quello appena e sommariamente descritto, che avrebbe bisogno di poco tempo per essere realizzato e soprattutto senza molti costi aggiuntivi.

Nelle more, tuttavia, c’è necessita di trovare soluzioni urgenti, visto che nei prossimi 5 anni, secondo le stima, mancheranno all’appello circa 50.000 medici. E qui arriva da Palermo la seconda notizia. A mettere in moto una riforma di cui oramai tutti ne riconoscono l’esigenza è il parlamento siciliano che proprio in questi giorni ha affrontato la questione dell’abolizione del numero chiuso per l’accesso alle facoltà nelle università siciliane, a cominciare proprio da quelle di Medicina e Chirurgia. I test d’ingresso negli anni hanno oggettivamente costituito uno sbarramento fortissimo all’accesso alle facoltà e, nel caso di specie, hanno prodotto una netta diminuzione dei laureati in medicina. La cosa si è, inevitabilmente, riverberata anche sull’accesso alle scuole di specializzazioni, sicché oggi, ad esempio, si lamenta la forte carenza di anestesisti, che finisce per incidere profondamente sull’attivazione dei nuovi posti di terapia intensiva necessari per affrontare la pandemia. La vulgata comune è che il numero chiuso vada immediatamente soppresso perché nel tempo sarebbe finito per essere funzionale solo agli interessi delle grandi e avide baronie presenti nel mondo accademico come nella rete degli ospedali pubblici. Uno strumento protezionista che avrebbe fatto per anni gli interessi di pochi, anche attraverso la nascita di un fiorente mercato di preparazione ai test d’ingresso, a danno di tanti giovani per i quali spendere denaro per la formazione risulta impossibile. Ora a pagare le conseguenze di tutto questo è l’intero sistema sanitario nazionale. Ecco perché una riforma che regoli l’accesso alle facoltà universitarie si rivela assolutamente urgente e necessaria, prima che nei prossimi anni il sistema sanitario crolli sotto le sempre più falcidianti carenze d’organico.