La festa di Halloween, tutt’altro che una stupida americanata

di Letterio Licordari

Le definizioni del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, attribuite alla festa di “Halloween” (“stupida americanata”, “monumento all’imbecillità”) sono arrivate oltre confine e oltre oceano,

interessando le pagine di prestigiosi quotidiani come il «Washington Post» e il «The Indipendent», nonché l’«Associated Press», la più autorevole agenzia di stampa internazionale, che hanno precisato quanto la “festa della zucca” sia per il popolo anglosassone, soprattutto, un irrinunciabile appuntamento annuale. Non vi è stato, a dire il vero, nessun incidente

diplomatico né con Boris Johnson né con Donald Trump, quest’ultimo impegnato in una campagna elettorale “covidiana” che negli Usa ha i tratti dell’horror più marcati di quelli di Halloween, ma le affermazioni di De Luca hanno dato un po’ fastidio.

In molti, tra gli italiani, non solo De Luca, non amano la “stupida americanata” (che poi ha origini celtiche), ritenendola ben distante dalle tradizioni e dalla nostra cultura. Dobbiamo, però, oggi più che mai, considerare che man mano che si sono allargate le civiltà multietniche, al pari di quanto avviene per beni materiali, per la cultura, per la scienza, per gli indirizzi politici ed economici, anche i costumi e le tradizioni mutano e guai se non si accogliessero le “novità”, che comunque costituiscono un arricchimento per la conoscenza.

Dietro il simbolismo di Halloween, ben radicato anche in Canada, si celano temi gotici come quelli della morte, del male, dell’occulto, e quest’anno – in particolare – con la pandemia in atto, qualcuno potrà pure arricciare il naso, ma è una festa per molti versi dissacrante nei confronti dei “mali oscuri” che affliggono la società che vengono esorcizzati con il “dolcetto” o con lo “scherzetto”. Peraltro, nello stesso periodo di Halloween (che interessa la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre), nelle nostre “tradizioni” il 2 novembre in Sicilia (come ha scritto anche Andrea Camilleri in un suo famoso racconto) si festeggiano i morti, con i bambini che attendono i regali dai nonni defunti e anche i “dolcetti” (rigorosamente di marzapane).

Non rientra nelle nostre “tradizioni” neppure l’albero di Natale, “sdoganato” sempre dagli americani e dagli inglesi dopo la seconda guerra mondiale, che però ha origini lontane negli anni (intorno al 1400) e anche geograficamente distanti (Tallin, in Estonia), ma che è stato recepito dalla cultura cristiana  in quanto l’abete è rappresentazione della vita eterna o dell’albero della vita citato nella Bibbia.

Ma in una società multietnica e multireligiosa, piaccia o non piaccia, non si possono ignorare la “Eid-Milad Nnabi” (anniversario della nascita del Profeta) delle comunità musulmane o il “Sukkot” (festa «delle capanne») per quelle ebree, e delle altre religioni osservate nel nostro Paese. Rispettare le “tradizioni” altrui non può che essere indice di civiltà, convivenza, tolleranza.

E se proprio vogliamo appigliarci alle “tradizioni”, possiamo farlo con il presepe, legandolo alla figura di Francesco d’Assisi e alla sacra rappresentazione di Greccio, nel Duecento, anche se la più antica raffigurazione della Vergine con Gesù Bambino è raffigurata nelle Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria a Roma, ad opera di un ignoto artista del III secolo all’interno di un’arca sepolcrale del II secolo.

Il presepe è diffuso in tutti i Paesi cattolici del mondo, anche in quelli dove si festeggiano Halloween e tutte le altre feste definite pagane. In fondo, quest’anno più di sempre, con gli “scherzi” che ci sta facendo la pandemia, non sarà una zucca tagliata a costituire un “monumento all’imbecillità”.