Usa verso il futuro: dal mito americano al buio di Trump tra New deal e Beat generation

di Massimo Veltri

C’era, pure quando c’era il Pci: il più forte partito comunista dell’Occidente, chi al suo interno guardava agli Usa con rispetto e speranza, almeno per certi suoi aspetti di libertà e non poche effervescenze culturali.

Come non ricordare Pavese, Fernanda Pivano, Elio Vittorini, che guardavano Oltreoceano come un mondo da cui trarre in ogni caso occasioni e suggestioni utili per l’Italia e più in generale per il vecchio continente, uscito dal disastro della seconda guerra mondiale e da decenni di totalitarismi fascisti. Nel Politecnico Elio Vittorini pubblicò articoli su articoli sulla Tennessee Valley Authority,

la poderosa macchina socio-economica messa in piedi da FD Roosevelt dopo il crollo del 1929: uno dei bracci operativi del New Deal, capolavoro di pianificazione e di programmazione.
E chi ci fece scoprire, prima della beat generation e delle sommosse nelle università californiane e della rivoluzione culturale del ‘68, Steinbeck, Faulkner, Ella Fitzgerald, John Ford, Elia Kazan e tutto un mondo carico di sogni?

L’America, quella che ci aveva portato non solo sigarette e chewing-gum e gli scenari descritti vividamente dalla Pelle di Curzio Malaparte, ma soprattutto il Piano Marshall di cui tanto si parla in questi giorni a proposito ma pure a sproposito del Recovery Fund, l’America di John e Bob Kennedy, di Joan Baez, di Bob Dylan, dei grandi spazi aperti e delle grandi città metropolitane, di FF Coppola, di Robert Redford, dei musical di Broadway e dell’op e pop art di Campbell, di Andy Wharol e di Roy Lichtenstein, del Moma e della Death Valley, dei ghetti neri e delle colline di Hollywood: contraddizioni e contrasti a non finire ma sempre e comunque vitale e forte incontra Trump.

A dire il vero non lo incontra, lo sceglie, lo predilige, lo incorona, in tempi di populismo estremo, di povertà ed esclusioni crescenti e di arricchimenti e paure corrispondenti.
Tutto il pianeta attraversa un’onda, o ne è attraversato?, in cui oltre Orban, Boris Johnson, Salvini, Putin, Bolsonaro, non si intravvede un’ancora o una boa che indichi una possibile strada.

Ogni scelta è figlia di una offerta e se Hilary Clinton non ha avuto, allora, il sufficiente appeal per farsi votare dagli americani, al netto di Russiangate e brogli vari, oggi, quando in piena pandemia e ‘trumpate’ di ogni genere, negazionismo in testa, può l’opaco Biden fungere da credibile antagonista vincente?
Se solo riflettiamo sui dati recenti che riferiscono dei dati positivi e crescenti dell’andamento dei vari indici a Wall Street, vien da considerare che il dollaro conta più di tutto e di tutti oggi, e molto più di ieri, nella Grande Mela così come nella Rust Belt degli Stati industriali del nord e nella Corn Belt di quelli agricoli del mid-west e nel profondo sud del Delta del Mississippi.

Hanno voglia Bob De Niro e la pattuglia di quelli che Tom Wolf e Leonard Bernstein cinquant’anni fa definivano radical chic a lanciare anatemi contro Trump. C’è bisogno d’altro, per esorcizzare il mondo che esprime e rappresenta, ci vuole un nuovo New Deal, fatto di politica, di proposta, di Orizzonti.
Il Tre di novembre comunque sapremo.