Caso Google: antitrust e tasse da pagare. Ma c’è un giudice anche a Roma?

di Michele Mezza

La grande proletaria si è mossa, avrebbe commentato Giovanni Pascoli.  La discesa in campo della procura generale americana, che a Washington svolge anche funzione di controllo anti trust, contro

Google, apre uno scenario nuovo non solo nelle relazioni con i giganti della Silicon Valley , ma più in generale proprio nel ruolo degli stati e segnatamente di quello americano, non senza forse anche clamorose conseguenze nel nostro paese, in tempi di pandemia.
Proprio come Pascoli coglieva nei fremiti colonialisti del giovane stato italiano, nella sua prima uscita sullo scacchiere mediterraneo nel 1911, quando salutava l’impresa libica

come un’affermazione della solennità dello stato nazionale unito, anche l’azione della magistratura americana raccoglie e organizza un insieme di segnali e di sussulti dell’intero spettro politico del paese, ineditamente concorde, nonostante le violente contrapposizioni che emergono con l’ approssimarsi del voto presidenziale. Da mesi gli stati federati, sia ad amministrazione democratica che repubblicana aveva aperto iniziative giudiziarie contro i colossi tecnologici. Il Gruppo democratico al congresso in questi giorni ha licenziato un corposo report in cui denuncia l’azione distruttiva del mercato da parte delle Big Five, i grandi gruppo come Google, Facebook, Amazon, Microsoft e Apple. Ora però si fa sul serio.
Sul tema antitrust negli USA non si scherza. Un paese così identificato con il mercato non può consentire quello che qualcuno ha già definito un “sovietismo totalitario al contrario, che dal mercato risale verso lo stato”. Proprio Shoshanna Zuboff nel suo fortunatissimo saggio sul Capitalismo della Sorveglianza, ha descritto l’’attività della Silicon Valley come analoga al Gosplan staliniano, dove non si lascia posto ad altri che non siano sottoposti al dominio centrale.
L’azione della magistratura americana punta al cuore del potere di Google;: quel combinato disposto di servizi e funzioni- da Gmail, a Google Search, ad Android- che rende praticamente impossibile sfuggire al controllo e alla subordinazione a Mountain View. Il nodo riguarda proprio quella ragnatela di accordi e sottomissioni che Google ha tessuto per costringere migliaia di aziende e di app a convergere inevitabilmente nei server del principale motore di Ricerca del mondo che così si trova ogni giorno a raccogliere e catalogare l’80% delle domande dell’umanità.
In particolare a muovere gli uffici del procuratore generale, con l’obbiettivo di smembrare il monopolio, affiora proprio un’intesa fra Google e Apple per il controllo assoluto del mercato del mobile. I due gruppi infatti sono titolari dei sistemi operativi- iOS per l’azienda fondata da Steve Jobs, e Andreoid per quella di larry Page e Sergey Brin- che gestiscono quasi il 90 % dei terminali mobili nel pianeta. I due gruppi avrebbero stabilito da tempo una concertazione che costringe ogni utente a rivolgersi direttamente a Google per ogni ricerca e per questo Google pagherebbe a Apple la somma di 10 miliardi all’anno. Se si confermasse questa realtà che un dirigente di Apple , interrogato dagli inquirenti americani  avrebbe definito come “un’unica azienda” andrebbero riviste molte delle azioni che i due gruppi hanno, apparentemente in maniera autonoma l’uno dall’altro avviato. Fra queste proprio la questione di Immuni in Italia.
 Infatti, come si ricorderà, l’app promossa dal ministero dell’Innovazione nasce nell’ambito di un coordinamento, diciamo asimmetrico, con le due corporation americane che avevano dettato le norme e le istruzioni per rendere l’app funzionale sui due sistemi operativi. Fra queste norme c’era la decisione di lasciare in balia degli stessi sistemi operativi i dati che sarebbero transitati per l’app, invece di depositarli in un server nazionale. Dati che poi qualche settimana fa i due gruppi americani hanno dovuto riconoscere che inevitabilmente diventavano accessibili per i loro sistemi operativi. Ora se venisse acclarato che i due brand tecnologici lavorano di stretta intesa per massimizzare i loro profitti si dovrebbe dedurre che quelle istruzioni e indicazioni che la Ministra Pisano ha dichiarato di “osservare attentamente” non sarebbero altro che norme volte a tutelare proprio l’intesa monopolista fra Google e Apple. A quel punto forse sarebbe utile capire se ci sia un giudice anche a Roma.