Le “Frattocchie”, la scuola che forgiò i grandi dirigenti del Pci. Ma che discriminò le donne

di Nicoletta Toselli

Correva l’anno 1944. Era ancora in corso la guerra quando venne avviato un progetto per un sistema di scuole atte a formare la futura classe dirigente del Partito comunista. Tutto ebbe inizio per volontà di Gramsci nel 1919 a Torino,

quando nascono i corsi della cultura e della propaganda socialista. Sarà poi Togliatti a dare impulso al disegno educativo. Obiettivo: attraverso l’alfabetizzazione passare da una generazione a un’altra la fiaccola della civiltà, combattere l’arretratezza culturale e prefigurare così la lotta rivoluzionaria. Sarà proprio il PCI a tentare, negli anni seguenti, di rappresentare il più grosso punto di riferimento di tutte le forze antifasciste.

La partecipazione delle classi  lavoratrici alla vita politica divenne la base per il modello di scuola che sarà poi sviluppata nei “ Quaderni dal carcere” che porranno l’accento sull’importanza del senso critico privo di schematismi e conformismi finalizzato all’autodisciplina intellettuale e alla disciplina morale. Vi si condensano i caratteri propri del comunismo: programmazione, organizzazione, disciplina, vita collettiva.

Da questo proposito partì l’individuazione di un progetto politico-organizzativo teso a mirare più che alla “politica scolastica” a una “scuola per la politica”. Uscire dalla clandestinità alla ricerca di un ruolo nell’organizzazione delle masse. Solo Eduardo D’Onofri, ex operaio decisamente integralista, uomo chiave della formazione dei quadri, obiettò che questo tipo di scuola non era mai servito allo scopo, visti i fallimenti delle scuole fatte in carcere o al confino.

Non era ancora finita la guerra ma per il partito fu importante rompere con il passato fascista, era il passaggio cruciale dal regime alla democrazia e il partito volle essere parte viva della ricostruzione in un’Italia che sarebbe diventata repubblicana.

Nell’ottobre 1944 la segreteria del Partito Comunista Italiano creò le scuole centrali di Milano e di Roma, quest’ultima diventerà poi per tutti “la scuola di Frattocchie”, affiancate dalle scuole regionali di Ancona, Cosenza e di altre provincie. 

Da subito quella di Roma assunse un ruolo caratteristico e principale. Finalmente alla vigilia di Natale del 1944, l’incaricato del partito Armando Fedeli annunciò che la scuola era pronta e iniziarono i corsi, che in un primo periodo si svolsero in via Guidubaldo Del Monte a Roma, ma nel giro di breve tempo furono trasferiti a Frattocchie, località a venti chilometri dalla capitale, in una tenuta donata al Partito. 

Si iniziò creando i criteri per il reclutamento degli alunni e, ad esempio, la prima difficoltà nacque dal comprendere che non tutti avrebbero potuto partecipare per ragioni logistiche, siciliani e sardi in primis. Venne stabilito il costo della retta: sessanta lire a persona, comprendeva anche un’alimentazione corretta e bilanciata, uno stile di vita sano. Si passò dall’individuazione dei luoghi più adatti, alla scelta degli insegnanti che in un primo momento furono gli stessi dirigenti del partito, ma con il tempo questa scelta presentò dei limiti. Gli insegnanti stendevano in sintesi un giudizio, alla fine del corso, su ognuno dei partecipanti. Sono passati tutti i dirigenti a tenere lezioni (Togliatti, Longo, Ingrao, Macaluso, Caracciolo, D’Alema, solo per fare alcuni nomi) e gli allievi che sarebbero poi diventati gli uomini-chiave nelle amministrazioni locali. Una delle scelte discutibili fu quella nei confronti delle donne: si istituirono corsi a parte e cosi, come nell’epoca fascista, le donne vennero inquadrate come soggetto turbativo e bacino di voti, ma non apportatrici di valore. La questione delle donne a scuola è stata un terreno sorprendente: il PCI non si è mai distinto per un atteggiamento aperto e paritario nei confronti delle stesse (che peraltro furono parte importantissima nella lotta partigiana), dimostrando anzi una posizione fortemente maschilista e discriminatoria. Le poche donne ammesse dovevano dimostrare molto più degli uomini di essersi meritate l’ingresso a scuola con una militanza coraggiosa antifascista, vissuta anche in carcere. Solo Enrico Berlinguer verso il 1976 cercherà di riequilibrare la distanza ma senza grandi risultati.

Nel 1950 si decise l’ampliamento della scuola e nel 1952 iniziarono i lavori per la costruzione di nuovi edifici, che terminarono tre anni dopo grazie a dei giovani architetti militanti nel Partito. La denominazione dell’Istituto subì molte variazioni: da “Scuola centrale quadri Andrej Aleksandrovič Ždanov” del 1950, nel 1955 con l’inaugurazione dei nuovi locali prese il nome di “Istituto di studi comunisti” mantenendolo fino al 1973, quando cambiò la denominazione in “Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti” (nonostante l’opinione contraria del segretario del Pci). I primi alunni furono soprattutto  operai e contadini, cioè lo “zoccolo duro” delle classi popolari che avevano bisogno di alfabetizzazione politica  per rappresentare il partito nelle realtà locali. È anche vero che fino agli anni ’50 sui banchi delle scuole centrali, soprattutto a Frattocchie, sedettero i predestinati alla dirigenza del Partito: Luciano Barca, Marisa Cinciari, Gabriele De Rosa, Antonio Tatò, Giglia Tedesco, Pio La Torre, Alessandro Natta, Luciana Viviani, Maria Antonietta Macciocchi e Alfredo Reichlin. La maggioranza degli allievi proveniva da ceti poveri che così a spese del partito potevano studiare (un po’ come avveniva per i giovani democristiani in seminario). I corsi duravano da tre mesi a un anno e bisognava rispettare rigorose regole di comportamento e di studio. I programmi prevedevano: il materialismo storico, la storia del partito bolscevico e quella del movimento operaio, i problemi agrari e del capitalismo, l’organizzazione del partito e del sindacato. Più tardi si tennero lezioni anche di economia politica, una materia molto difficile ma indispensabile per gestire le amministrazioni locali. All’inizio si studiò attraverso le “riunioni in brigata” per permettere ai più dotti di aiutare quelli in difficoltà, un aiuto collettivo per poi passare allo studio individuale per selezionare gli elementi migliori. Gli allievi si sentivano onorati di essere stati selezionati e dovevano ripagare con un impegno paritario all’investimento del partito sulla loro formazione. Un modello ben diverso da quello ipotizzato da Lombardo Radice nel ’44 – sarà questa la critica – basato sull’indottrinamento e sulla “fatica”.

Quando a metà degli anni ’70, il Pci nelle amministrative del ’75 quasi supero’ la DC con un record di consensi come nelle politiche del ’76, tutti individuarono nelle scuole la ragione del grande successo. Visitano Frattocchie giornalisti italiani e stranieri.  Vittorio Gorresio su “La Stampa” paragonò Frattocchie ai college inglesi, Paolo Mieli su “L’Espresso” la assimilò a un’università americana, così come rimasero entusiasti giornalisti del New York Times e di diversi quotidiani francesi e tedeschi. Il mito di Frattocchie contagiò pure un anticomunista convinto come Indro Montanelli che addirittura descrisse gli alunni di Frattocchie in maniera entusiastica etichettandoli come una generazione efficiente e onesta del Paese.

Poi il declino, poiché era evidente la crisi sia finanziaria sia ideologica del PCI, già alla fine degli anni ’80, prima del crollo del muro di Berlino. Le scuole costano troppo e il partito non riesce più a investire sul sistema educativo. Sono cambiati i tempi e il tramonto dell’impero comunista e la trasformazione del PCI in Pds e poi Ds finisce per avere ripercussioni negative ovunque. All’inizio degli anni ’90 è decretata chiusa l’esperienza delle scuole. In seguito “al buco” dei bilanci, gli amministratori sono costretti a vendere il palazzo di Botteghe Oscure e il complesso di Frattocchie al Gruppo Tosinvest della famiglia Angelucci, robusti imprenditori romani. Il modello Frattocchie presenta sicuramente luci e ombre e molti sono i partiti della scena contemporanea che hanno tentato di richiamarsi a quel nome, ma l’eredità non è stata raccolta da nessuno. 

Manca la base, non esistono più i partiti di massa e in buona parte anche la mancanza di volontà di formazione permanente di un fare politica che ha perso il senso dello studio, dell’impegno, della passione. Oggi le scuole per apprendisti politici consistono in corsi brevi, dove i giovani militanti vanno ad ascoltare relatori e partecipano a dibattiti lontani dalla visione di una scuola-palestra di preparazione alla vita politica. 

Oggi imperano gli slogan (sia a destra che a sinistra) e i messaggi da campagna elettorale perpetua, soprattutto attraverso i social, con la stampa su carta praticamente sparita (e il PCI aveva ne “L’Unità” il suo quotidiano di partito ma anche un veicolo di cultura importantissimo), una politica decisamente superficiale che è lo specchio dei tempi che viviamo. Ne è conferma in una classe dirigente sempre più impreparata e falsamente popolare. Forse e senza retorica la nascita di una nuova Frattocchie sarebbe da accogliere a braccia aperte.