Covid: Calabria bollino verde ma i nuovi posti di terapia intensiva ancora non si vedono

di Rino Muoio

Per l’Ecdc, l’agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie, la Calabria rientra nel piccolo gruppo delle aree d’Europa al di sotto della soglia critica per la diffusione del Covid, meritandosi uno dei bollini verdi,

assieme ad alcune regioni della Norvegia, della Finlandia e della Grecia. Sul piano organizzativo, però, i dati non sono altrettanto lusinghieri, sia in relazione all’aumento dei posti di terapia intensiva, sia a quello delle nuove assunzioni di sanitari specializzati e sia per quanto riguarda la dotazione di ambulanze. Ma procediamo per ordine. In effetti la nostra regione, anche in questi giorni caratterizzati dalla cosiddetta seconda ondata, continua ad essere di gran lunga

la regione con minori conseguenze rispetto al resto d’Italia e i dati parlano chiaro: Al 3 giugno scorso, quando anche l’ultima severa prescrizione è stata fatta cadere dal governo Conte e la circolazione interregionale è ritornata ad essere libera, la Calabria contava 1.158 persone positive al coronavirus, 20 ricoverati nei reparti, e registrava 97 deceduti. L’11 ottobre scorso, invece, i numeri parlavano di 2.291 positivi dall’inizio della pandemia, 41 pazienti ricoverati, 103 i deceduti. Il primo dato che balza agli occhi, dunque, oltre al forte, importantissimo e auspicato contenimento dei decessi, è che il trend dei positivi è rimasto più o meno invariato, anzi per certi versi è migliorato. In pratica nei primi 4 mesi di pandemia i casi sono stati 1.158 su meno di 70.000 tamponi effettuati, negli ultimi quattro 1.133, a fronte di oltre 150.000 tamponi effettuati, essendo in tutto 220.000 da inizio crisi quelli praticati. Si tratta di una percentuale di poco superiore all’1% che dovrebbe farci stare piuttosto tranquilli rispetto ad altre regioni che registrano percentuali di gran lunga maggiori, come nel caso della Lombardia che è vicina, purtroppo al 10 %. Un dato però va in senso contrario e preoccupa, ed è quello degli isolamenti domiciliari che sono saliti in modo assai considerevole rispetto allo scorso 3 giugno, quando i casi erano 90. L’11 ottobre scorso, infatti, erano ben 688. Un’impennata indiscutibile, che fa comprendere come il virus circoli anche se non produce sintomi. Si tratta di una situazione che implica un elevato livello di attenzione, che prevede periodi di quarantena e l’attivazione di un sistema di controlli continuo e domiciliare, attraverso l’impegno di operatori sanitari, forze dell’ordine ed esercito. Sul perché, poi, la lievitazione di cui sopra sia stata così vertiginosa lo sappiamo tutti. La riapertura estiva degli esserci commerciali, in particolare di bar, ristoranti, discoteche, lidi e quant’altro, ha rimesso in moto l’industria delle vacanze così come ha agevolato le relazioni strette, a cominciare da quelle correlate alla cosiddetta “movida” che ha visto i giovani affollare i classici luoghi di aggregazione pre-crisi, senza più alcuna attenzione al rispetto delle misure di contenimento della pandemia, a cominciare da quelle basilari, quali l’utilizzo della mascherine e il distanziamento sociale. Non si può, peraltro, tacere sulla forte diminuzione dei controlli e sulla scarsa sensibilità e coinvolgimento dei titolari degli esercizi commerciali rispetto al problema. L’errata percezione, insomma, di un completo superamento della fase emergenziale si è diffusa in profondità tra gli italiani, tra gli esercenti, tra i giovani in particolare, calabresi compresi, così come, paradossalmente, tra i politici e gli amministratori. Ma al di là dei comportamenti e delle imprudenti distrazioni estive, mentre arriva l’altro Dpcm di Conte che prova a contenere il nuovo aumento consistente dei contagi, qual è lo scenario che abbiamo davanti?    L’obiettivo primario, come tutti sappiamo, rimane quello di evitare che persone con fragilità accentuate, sia legate all’età che ad eventuali altre patologie pregresse, vengano contagiate da soggetti asintomatici, e che, conseguentemente, gli ospedali calabresi possano essere chiamati a dover fronteggiare un eventuale e malaugurato aumento vertiginoso di richiesta di posti di terapia intensiva, che continuano a non essere adeguati nel numero e nella distribuzione. E allora vediamo qual è concretamente la situazione a riguardo. Nel piano d’interventi anti-covid (DL. 34), come ha chiarito in queste ore il Commissario all’emergenza Domenico Arcuri, alla Calabria sono già stati destinati 28 milioni di euro, che devono produrre 134 ulteriori posti di terapia intensiva (attualmente sono 146) per arrivare ad un totale di 280, e altri 136 di sub-terapia intensiva, in parte riconvertiti e da distribuire su 12 ospedali. Accanto a questo sono previste assunzioni a tempo determinato di 84 medici, di 186 infermieri e di 91 operatori socio-sanitari. Devono essere effettuati interventi di ristrutturazione nei pronti soccorso e si deve provvedere all’acquisto di diverse autoambulanze. Il tutto per una spesa totale di circa 51 milioni di euro, già stanziati e messi a disposizioni delle Regioni. Quando il piano verrà realmente realizzato, però, è difficile prevederlo. Per ora le cose vanno assai lentamente, per utilizzare un eufemismo, tanto che lo stesso Calabrese Arcuri nelle scorse ore non ha nascosto il proprio disappunto per quanto sta accadendo in gran parte d’Italia, chiedendo spiegazioni sui ritardi già accumulatisi. Considerata l’urgenza del momento, dunque, è del tutto evidente che sia le vecchie che le nuove prescrizioni che via via verranno fissate dal governo e dalle regioni, dovranno essere rispettate attraverso il ritorno perentorio ed immediato a controlli serrati e a sanzioni severe. Dall’altra parte appare del tutto opportuno elevare il livello di efficienza interna delle strutture sanitarie, che passi dal miglioramento delle condizioni di sicurezza degli operatori in prima linea, ma anche attraverso processi di riorganizzazione, ridistribuzione e formazione del personale a supporto, anche con mansioni amministrative e di relazione con il paziente. Interventi che si rivelerebbero assai virtuosi e possono essere realizzati in tempi brevi con costi relativamente modesti. In attesa delle terapie intensive, delle assunzioni di medici e infermieri, e del vaccino, naturalmente.