“Voglio che la tua mente si rilassi”… L’ipnosi forense: funambola tra misticismo e ricerca

di Elisa Stella

“Voglio che la tua mente si rilassi come il tuo corpo, quindi voglio che inizi a contare da 100 all’indietro al mio via. Ogni volta che dirai il numero, raddoppierai il tuo rilassamento mentale; ad ogni numero che dirai, lascia che la tua mente divenga due volte più rilassata. Quando arriverai a 98, sarai così rilassato che i numeri non esisteranno più…”. 

Dal “rito d’incubazione”, pratica magico-religiosa nota già in epoca sumerica che consisteva nel dormire nell’area sacra di un tempio al fine di ricevere in sogno rivelazioni sul futuro, cure e benedizioni, alle lontane applicazioni di Anton Mesmer, nella seconda metà del 1700, a James Braid, nel 1841, medico di Manchester che coniò il termine

“ipnotismo”, attraversando le intuizioni di Jean Martin Charcot (1825-1893), di Hyppolite Bernheim (1840-1919) che portò l’ipnosi all’interno dell’ ospedale in cui lavorava dimostrandone la valenza scientifica, Sigmund Freud che tra il 1885-1886 elaborò una propria teoria sullo stato ipnoide ed, infine  Milton Erickson, (1901-1980) riconosciuto come uno dei più autorevoli innovatori nell’uso della tecnica ipnotica oggi l’ipnosi rappresenta uno strumento di intervento molto valido se utilizzato da professionisti qualificati. Valutata per lungo tempo un fenomeno misterioso, al limite tra la magia e il  paranormale, funambola tra misticismo e ricerca,  l’ipnosi ha combattuto una lunga campagna per raggiungere e reggere l’odierna scena di integrità e dignità professionale. 

Attualmente la psicoterapia ipnotica trova il suo utilizzo in molteplici contesti: può entrare nelle stanze di uno psicoterapeuta per supportarlo nel lavoro con quei clienti che portano nel proprio zaino sintomi correlati a disturbi d’ansia, dell’umore, disturbi alimentari, i disturbi sessuali, tic, balbuzie, dolore cronico e molto altro; 
può entrare nelle stanze mediche e ospedaliere per sostenere nelle cure palliative e nella terapia del dolore, e per facilitare il trattamento di disturbi cardiovascolari, dermatologici, asma, disturbi dell’apparato uro-genitale e dell’apparato digerente;
può entrare nelle stanze dell’anima per stimolare e lasciar fluire la creatività personale.

Può entrare in un’aula di tribunale? Esiste un’ipnosi forense? Si, esiste ed è nota fin dal 1898 quando negli Stati Uniti scoppiò il caso Ebanks. Costui, per difendersi da un’accusa di omicidio, si avvalse della testimonianza processuale di un ipnologo esperto il quale affermò che Ebanks, una volta posto in stato di trance ipnotica, aveva categoricamente negato la propria responsabilità. La Corte Suprema rifiutò di ammettere nel dibattimento la testimonianza dell’ipnologo ma ne seguì un dibattito che indusse una decisa apertura verso l’uso delle tecniche ipnotiche . La diatriba durò quasi un secolo fino ad arrivare nel 1987 in cui la stessa Corte Suprema affermò l’incostituzionalità di norme che escludessero aprioristicamente il ricorso all’ipnosi. Negli USA quindi l’impiego dell’ipnosi a scopi investigativi o giudiziari è cosa nota e regolamentata tanto che esiste anche un Corso di Ipnosi Forense all’Università di Houston, Texas. 

Negli anni, l’ipnosi in campo forense è stata applicata per riconoscere eventuali simulazioni di malattie, ottenere confessioni, suscitare ricordi, indagare sulla volontà criminosa, diagnosticare la capacità di intendere e di volere, fornire terapie in criminologia e in vittimologia. 

In California ove è acconsentito l’uso della testimonianza sotto ipnosi e si sono ottenuti, nel 77% dei casi, dati e delucidazioni non raggiungibili con il classico interrogatorio. Anche la Polizia israeliana ha stabilito l’ammissibilità come prova processuale delle deposizioni rese in stato di ipnosi indotta, ovviamente, solo da parte di personale (psichiatri, psicologi) esperto.

Dati analoghi arrivano dagli archivi del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Texas dove tra il 1° Luglio 1980 e il 31 Dicembre 1990 sono state condotte 1187 sessioni di ipnosi forense fornendo nel 73.8% dei casi informazioni aggiuntive a quelle ottenute con i metodi tradizionali di investigazione. Tali informazioni spaziano dai minimi dettagli fino a elementi che hanno permesso l’identificazione e l’arresto di autori di reato.

Anche l’FBI utilizza l’ipnosi in modo scientifico e professionale, soprattutto in riferimento a rapine, rapimenti, estorsioni e crimini nel mondo lavorativo.

Oltre ai casi già citati di California e Texas, gli altri stati nei quali la pratica ipnotica viene utilizzata sono Alabama, Pennsylvania, Alaska, Michigan, Utah, Arizona, Minnesota, Virginia, Connecticut, Missouri, Washington, Delaware, Nebraska, West Virginia, Florida, New York, Indiana, Hawaii, North Carolina, Iowa, Illinois, Oklahoma, Kansas, Massachusetts, Kentucky e Maryland e ancora Georgia, South Dakota, Wyoming, Mississippi, Louisiana, Colorado, Nevada, North Dakota, Idaho, New Mexico, Oregon, Ohio, New Jersey, Tennessee. Questi stati hanno stabilito codici deontologici e linee guida che regolamentano l’uso dell’ipnosi a scopo forense e in alcuni di essi le regole sono ancora più stringenti e richiedono procedure di salvaguardia e verifica incrociata affinché le testimonianze rese in stato ipnotico siano ammissibili.

Oltre gli USA tra gli altri paesi che hanno da tempo adottato l’uso dell’ipnosi in ambito giuridico e/o investigativo vanno ricordati: Canada, Australia, Israele, Russia mentre, oltre l’Italia, vi sono anche altri paesi occidentali nei quali l’ipnosi non è ammessa come Spagna, Germania e Francia.

In Italia l’uso forense dell’ipnosi non è ammesso a fini investigativi o giudiziari. Va però detto che il Codice di Procedura Penale non contiene espliciti riferimenti all’utilizzo dell’ipnosi come mezzo probatorio “pur se la dottrina prevalente appare fondamentalmente contraria all’uso dell’ipnosi nell’interrogatorio dell’imputato o del testimone”. In questa epoca storica gli articoli del Codice di Procedura Penale che direttamente o indirettamente sfiorano il tema dell’ipnosi sono sostanzialmente 3: l’art. 728, l’art. 613 e l’art. 188.

 Art. 728: Trattamento idoneo a sopprimere la coscienza o la volontà altrui

“Chiunque pone taluno, col suo consenso, in stato di narcosi o d’ipnotismo, o esegue su lui un trattamento che ne sopprima la coscienza o la volontà, è punito, se dal fatto deriva pericolo per l’incolumità della persona, con l’arresto da uno a sei mesi o con l’ammenda da lire sessantamila a un milione. Tale disposizione non si applica se il fatto è commesso, a scopo scientifico o di cura, da chi esercita una professione sanitaria.” 

Art. 613 Stato di incapacità procurato mediante violenza

“Chiunque, mediante suggestione ipnotica o in veglia o mediante somministrazione di sostanze alcooliche o stupefacenti, o con qualsiasi altro mezzo, pone una persona, senza il consenso di lei, in stato d’incapacità d’intendere o di volere, è punito con la reclusione fino a un anno. Il consenso dato dalle persone indicate nell’ultimo capoverso dell’articolo 579 non esclude la punibilità. La pena è della reclusione fino a cinque anni: (1) se il colpevole ha agito col fine di far commettere un reato; (2) se la persona resa incapace commette, in tale stato, un fatto preveduto dalla legge come delitto”. 

Art. 188 Libertà morale della persona nell’assunzione della prova 

“Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti”. 

I tre articoli focalizzano l’attenzione su “…sopprimere la coscienza o la volontà” (728), porre “…in stato d’incapacità d’intendere o di volere… col fine di far commettere un reato” (613), “…influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti” (188) restando ancorati ad un’antica e obsoleta concezione che non tiene assolutamente conto della letteratura scientifica del nostro tempo. Correva l’anno 2020…