Data Journalism: il futuro era già qui, ma ancora non ce ne siamo accorti

di Andrea Fama

«Non credo che vi sia stato un momento specifico in cui mi sono detto “oh, ma questo è data journalism” – (Charles Arthur, The Guardian)». Il giornalismo così come lo conosciamo sta attraversando una lunga, salutare fase di

crisi – economica, ma a tratti anche di identità. Salutare perché se da un lato comporta licenziamenti, chiusura di testate anche storiche, abbassamento della qualità del prodotto giornalistico, dall’altro ingenera (soprattutto grazie alle opportunità tecnologiche a disposizione) un naturale, conservativo istinto di evoluzione, innovazione, rivoluzione, come spesso si sente dire in occasione dell’ingresso di questo o quel social network nell’arena dell’informazione.

Forse si potrebbe parlare di un mutamento genetico del giornalismo, una schizofrenia che ha prodotto un’ampia gamma di giornalismi possibili: alcuni viziosi, perché magari frutto di un gigantesco ‘copia e incolla’ globale per cui miliardi di bit schizzano avanti e indietro per il Web rimbalzando la stessa ridondante notizia; molti altri, invece, virtuosi poiché innovativi, partecipativi, iper-verticali, talvolta perfino sostenibili, e comunque sempre attaccati tanto alle calcagna dei poteri forti quanto all’orecchio del cittadino, ritrovando e ottemperando ai principi fondanti oggi un po’ bistrattati dell’indipendenza, l’obiettività e la trasparenza del giornalismo.

Un’evoluzione, dunque, che riscopre ed eredita la parte migliore che il giornalismo tradizionale ha da offrire, nel tentativo di depurarsi dalle scorie accumulate in decenni di compromessi e giochi di potere tra editori, inserzionisti, istituzioni, lobby, eccetera eccetera eccetera.

È in questo contesto prevalentemente digitale di ritrovata igiene che prende gradualmente forma un modello giornalistico se non completamente nuovo, senz’altro altamente innovativo nel suo approccio multidisciplinare alla professione: il data journalism

Andrea Fama

Come accennato, il giornalismo dei dati non è un alieno improvvisamente atterrato sul pianeta dell’informazione terracquea, anzi, gli elementi che lo caratterizzano sono in buona parte rintracciabili in numerosi, consolidati aspetti della professione giornalistica.

Partendo dagli sviluppi più recenti, le prime avvisaglie di questo nuovo volto del giornalismo si sono delineate con l’idea del data mining, ovvero sondare le profondità più inaccessibili del Web incrociando i dati raccolti e ricavandone una storia. Il termine data mining ha origine dall’elaborazione di un sistema mai applicato per la rintracciabilità di attività terroristiche chiamato Total Information Awareness (totale consapevolezza dell’informazione), che avrebbe previsto il trasferimento di tutte le informazioni presenti su Internet in un enorme database, per poi usare algoritmi informatici – le cosiddette strategie di data mining – e analisti di professione allo scopo di identificare percorsi e associazioni prima inosservate che, invece, segnalerebbero una pianificazione terroristica. 

L’applicazione in campo giornalistico di tale principio è a sua volta figlia del cosiddetto computational journalism, ovvero quel giornalismo informatico che ha reso possibili iniziative pionieristiche come EveryBlock o WatchDog.net, ma che soprattutto ha determinato un ampliamento dei confini e degli obiettivi tradizionali del giornalismo, nonché la possibile partecipazione di un nuovo attore nel discorso pubblico: “una nuova razza”, per dirla con Irfan Essa, professore di giornalismo informatico, “a metà strada tra i tecnici ed i giornalisti”.

E mentre questa nuova razza continua a forgiarsi con successo, vecchi attori fino a poco tempo fa considerati come l’ennesima, salvifica rivoluzione giornalistica, rivendicano anch’essi un posto sulla scena. Commentando le recenti vicissitudini di Wikileaks (l’incarnazione più ‘demoniaca’ del data journalism), C.W. Anderson, direttore di uno dei primi siti di citizen journalism affacciatisi sulla scena mediatica, il NYC Independent Media Center, sostiene: “Lo  scontro sviluppatosi attorno a Wikileaks, e le questioni giornalistiche che esso solleva, rappresentano degli sviluppi effettivamente nuovi – ma si tratta di nuovi sviluppi fondati su poche tendenze a lungo termine e su una storia che risale a quasi due decenni fa. L’impatto che Wikileaks ha sul giornalismo è un impatto di scala piuttosto che di genere; ciò che sta accadendo non è del tutto nuovo, ma ha dimensioni senza precedenti … La differenza tra le fotografie dei cittadini (i cosiddetti citizen journalist, N.d.R.) e i database è una differenza di scala, e differenze di scala estreme alla fine si tramutano in differenze di genere”.

In realtà si potrebbero rintracciare molte altre origini del data journalism, visto che la ricerca del dato è un aspetto comune a numerose pratiche col tempo riconosciute come giornalistiche, dallo scambio di misteriosi incartamenti consegnati in bar fumosi alle celebri soffiate avvenute presso il Watergate Hotel, dalla fuga di notizie da parte di un dipendente aziendale all’accesso agli archivi di istituzioni, enti o associazioni, fino al vicino di casa che scatta e condivide una fotografia o al cittadino che  con uno smartphone contribuisce alla copertura mediatica di un evento.

Di fatto, le radici tentacolari del data journalism sono riconducibili alla sua ‘enormità’, intesa non come popolarità del fenomeno, ma come ambiti di intervento dello stesso. Ed è proprio in questa vastità di applicazioni che consiste l’attuale unicità ed innovatività del data journalism rispetto al passato: la tecnologia lo rende enorme, potenzialmente infinito.

Tutto questo può sembrare avveniristico, ma è l’introduzione alla prima pubblicazione in Italia sul data journalism, un ebook del 2011, ormai quasi 10 anni fa.

E pensare, nel corso della pandemia, a quanto sarebbe stato utile un giornalismo basato sui dati (e non sulle opinioni, spesso meramente egocentriche).

Le cosiddette informazioni di sevizio cui il giornalismo dovrebbe costantemente tendere con le sue analisi, inchieste, approfondimenti.

Un ecosistema informativo possibile a patto di una bonifica culturale nelle redazioni, nonché di una  modifica normativa nelle Pubbliche Amministrazioni, con interventi più decisi e puntuali in materia di accesso alle informazioni pubbliche e open data – un campo in cui sono stati compiuti passi avanti troppo timidi per essere realmente incisivi. Ma questo è un altro aspetto che magari racconteremo in seguito… possibilmente tra meno di un decennio!