Che sia allegro, impegnato, un remake o originale, conta poco. Voglio andare al cinema

di Massimo Veltri

Ci sono generazioni che sono cresciute e si sono formate grazie al cinema, fra queste la mia certamente. Difficile dire come ebbe inizio: solo che verso la fine degli anni Cinquanta del ‘900, l’Italia uscita dalla guerra e dal fascismo,

il Mezzogiorno e le sue piccole città versavano in condizioni dalle quali tutto ricominciava, alla lettera. Il fascino delle immagini in movimento, la seduzione di storie inventate, il glamour di belle donne e uomini affascinanti, paesaggi da favola, il racconto vero e crudo del neorealismo si affiancavano ai fumetti e a qualche immagine sgranata rubata dai rotocalchi. Entrare in una sala cinematografiche

era di per sé un rito, in mezzo al fumo galleggiante e alla proiezione delle pellicole che sbucava come per magia da quel foro in alto nella parete di fondo. All’inizio, si può dire, fu il neorealismo, che si scoprì, era frutto di iniziative engagé, come si diceva,  di intellettuali impegnati politicamente: alcuni in prima persona, come per esempio Pietro Ingrao. E molto si deve a letterati e scrittori che scrivevano testi densi di passione civile, tradotti sotto forma di film per accalappiare il favore del pubblico: penso a Suso Cecchi D’Amico, a De Bernardi, a Pasolini. Nacque, in poche parole, una vera e propria industria. La musica, le colonne sonore, ebbero un ruolo predominante e compositori di vaglia si votarono alla settima musa, come fu battezzata. Si scoprirono, in contemporanea, i classici, i padri nobili, i teorici, a partire dai russi, dai tedeschi, poi gli americani e i francesi, e nacquero i cineforum, con le schede illustrative dei film e i dibattiti, no, non quelli di Paolo Villaggio…L’Italia occupò fin da subito una posizione d’elitè nel panorama internazionale, sia con opere impegnate che d’evasione e soprattutto con generi come la commedia all’italiana. Ma furono Visconti, Fellini, Antonioni a scrivere capolavori assoluti, sovente impregnati di critica sociale, finissime letture psicologiche e antropologiche, rappresentazioni ed esplorazioni di realtà il più delle volte nascoste o censurate.

E Bertolucci, Pasolini, Zurlini, Pietrangeli, Germi…Cinecittà, Hollywood hanno riempito occhi e stimolato intelligenze in tutto il mondo, insieme ai Cahiers du Cinema a Parigi, il Free Cinema a Londra, maestri come Kurosawa, Bunuel, Wenders, tantissimi cineasti indipendenti. Alla proiezione del Cacciatore di Michael Cimino, durissimo film ambientato in Vietnam, a Roma scoppiarono disordini e scontri fra spettatori di destra e di sinistra. La Dolce Vita fu censurato e bollato come immorale, Il giardino dei Finzi Contini dal ferrarese Bassani fu stroncato dagli antisemiti. I film di Elia Kazan, poi etichettato dai maccartisti, parlavano di un’America di tanti problemi sociali e si imponeva parallelamente un genere ”evasione, leggero ma molto coinvolgente come le sophisticated comedy e i musical tipo Hello Dolly o West side story. Poi vennero i panettoni natalizi di Vanzina e c. ma prima ancora Il Sorpasso rubò il cuore degli italiani e il ’68 fermò il festival di Venezia. I videoregistratori e la televisione fecero una forte concorrenza alle sale, e ci fu chi, Guido Aristarco docente di storia del Cinema e critico militante, decretò la fine del cinema, improvvidamente per il momento. In buona misura rappresentarono anche un veicolo pubblicitario per il cinema, quello delle sale, che a  poco a poco si ammodernarono, divennero più comode, eleganti, multiservizi. La rete e lo streaming, quelli sì, gli diedero un brutto colpo.
Manco da una sala cinematografica da febbraio e mi manca, mi manca tanto non andarci. In tv e sul pc vedo tanto, tante cose ma non è la stessa cosa. Leggo e mi tengo informato sulle tante uscite, sulla riaperture delle sale, sui progetti in essere. Spero tanto d’esserci presto anche io insieme ad altri, a vedermi un bel film in una delle tante sale che eroicamente hanno tenuto. Che sia allegro, impegnato, un remake o originale, conta poco.