“Calabria, terra mia”. Quella surreale sviolinata retrò che fa discutere

di Alessandro Vignieri

Premessa doverosa è quella di valutare la qualità dell’ultimo spot estraniandosi da tutto quello che è il contesto politico che lo ha voluto, pertanto non bisogna farselo piacere per la cronaca recente che ricorda la scomparsa

del Presidente Santelli, né tanto meno si deve valutare negativamente per il solo fatto di non sentirsi rappresentati politicamente. Qui, però un appunto politico-economico lo si deve fare: il costo del prodotto promozionale in questione è di circa 1,7mln di euro. “Spiccioli”, direbbe qualcuno…“con 30mila lire il mio falegname la fa meglio!” direbbe qualcun altro.

“Dove mi porti?” Di questo passo e con questi risultati penso ci sia poco da andar lontano… Si viaggia in retromarcia, verso una meta sociale che alla Calabria attualmente risulta estranea ed essere oramai lontana, e probabilmente non è mai appartenuta così fino in fondo, neanche a voltarsi indietro di decenni.

La domanda sorge spontanea: siamo in Calabria? Uno spot – in realtà cortometraggio – che lascia un feedback indecifrabile, perché a guardarlo si è consapevoli del fatto che è tutta una montatura. Tutti gli spot promozionali lo sono, ma questo cade a terra ancora prima di alzarsi. Nulla contro Bova e Rocío Morales, ma la bravura degli attori non basta. Non basta quando manca la veridicità di un pur minimo appiglio nell’incrociarsi a qualcosa che sappia di nostrano. Testimonial d’eccezione ci ricordano degli odori del sud che a molti appartengono come stato d’animo, ma quella sana e fresca sensazione di profumo di stagione non arriva, si perde, tra effusioni e risate della coppia perfetta.

Manca la Valle dei Templi ed il poker è servito. Si, quelli di Agrigento, perché a dirla tutta un calabrese che si ritrova ritratto in uno scenario sconosciuto, e non perché non ne conosca fisicamente i luoghi, bensì per una serie di eventi scenografici che rappresentano delle location universali adattabili a qualsiasi luogo abbia un campo di agrumi, un piccolo borgo seicentesco ed un pezzo di spiaggia dalle verdi acque che ricordano la costa sarda non serve neppure voltarsi per ricordare che mancano scenari naturalistici pieni di fascino che realmente avrebbero appagato la vista lasciando curiosità e piacere verso il potenziale turista. E’ l’identità che manca…

Parchi, tratti di spiaggia, borghi antichi, reperti storici, artistici e archeologici, riferimenti culturali, dove siete? Pollino, Aspromonte, Sila, delle Serre…Riviera dei Cedri, costa degli Dei, Viola, dei Gelsomini, degli Aranci, dei Saraceni, degli Achei…borghi tra i più belli d’Italia e del mondo, il Museo Nazionale di Reggio Calabria e i Bronzi di Riace, le tele di Mattia Preti a Taverna, il MuSaBa di Nik Spatari a Mammola, la Grotta del Romito a Papasidero…chi li ha nascosti?

Ma allora non va bene neanche Muccino? Di chi sia il demerito non sappiamo, sta di fatto che una Calabria così esasperata è difficile ricordarla. E poi la famosa coppola non è lo stereotipo siciliano per eccellenza? Le arance non sono frutti che per antonomasia ricordano la bontà della terra sicula? E voi, lavate per strada le vostre arance pronte per le conserve “allagando” il vicolo con acqua abbondante?

Quello che effettivamente preoccupa è come un regista di fama – apprezzato o meno – abbia una visione simile di noi calabresi. Questo è un elemento chiave utile a farci riflettere su come la Calabria sia percepita oltre regione. Additare, adesso, serve a poco. Di certo è un prodotto che avrà la sua cassa di risonanza mediatica. Il danno identitario è fatto e come al solito è più che necessario correre ai ripari. Descritti come una tribù d’altri tempi, noi calabresi sapremo riemergere come bronzi dalle limpide acque che si scagliano su 850 chilometri di costa rocciosa.

Un po’ come in tutto il sud, chi viene in Calabria, chi la vive, si appropria di colori e sapori autentici che a dimenticarli si fa fatica. Un po’ come in tutto il sud, chi viene in Calabria, chi la vive, rimarrà deluso dal non trovarsi a chiacchierare in piazza con ventenni dal look anni ’50 e nel non trovare asini parcheggiati in doppia fila. Dopo tutto questo, che sembra essere un disastro d’immagine, bisognerà aggrapparsi all’ottimismo per ricostruire con più sinergia questa  terra difenderla con coraggio quando se ne abusa. La bilancia oscilla. A noi la semina di valori sociali ed economici che possano soddisfare i nostri sentimenti verso una terra più che mai natía.