Lettera a uno studente universitario. “Scrivo a te dicendoti che vale la pena di studiare”

di Pierangelo Dacrema

Una lezione universitaria è una rappresentazione, e una grande lezione presuppone una grande interpretazione. E ciò non perché sia una recita, un fatto teatrale, una finzione più o meno riuscita, ma perché vi si racconta una parte

della vita, che va sempre meglio interpretata. Le conoscenze si tramandano, le generazioni parlano, comunicano. E uno dei punti più importanti di questa linea di dialogo è rappresentato dall’istituzione universitaria. Ma che cos’è oggi l’università? Il quesito non riguarda solo il mondo giovanile. Qualunque problema dei giovani, del resto, non è mai stato estraneo alle preoccupazioni dei più anziani,

e non soltanto per ragioni sentimentali. Siamo in un’era in cui si moltiplicano i rapporti con tutto ciò che ci sta intorno. Aumenta la velocità di contatto con uomini e oggetti, diminuisce la possibilità di conoscere sia gli uni che gli altri.

E’ possibile che tu ti iscriva a un’università e la frequenti per lungo tempo senza sapere con esattezza di che si tratta? La risposta è sì, e se è per questo potresti anche aprire un conto corrente senza renderti conto di che cosa sia una banca e di cosa faccia con precisione del tuo denaro, il che, nella fattispecie, sarebbe meglio, poiché dare anche solo un’occhiata a quanto accade dietro le quinte di un istituto di credito avrebbe il solo effetto di angosciarti.

Vale lo stesso per l’università? Meglio ignorare ciò che si cela sotto la superficie? Non credo. In questo caso sembra opportuno approfondire, per un motivo simile a quello per cui è meglio che un soldato vada alla guerra armato.

Parlo a te, che hai optato per un qualsiasi corso universitario perché non volevi deludere tuo padre e tua madre, entrambi laureati. Parlo a chi si è iscritto a una qualunque facoltà per non frustrare le aspettative di genitori non laureati che, coscienti di quanto sia stata dura la vita in passato, non hanno mai smesso di ripetere ai figli quanto sia diventata ancor più difficile oggi. Ma mi rivolgo anche a chiunque abbia deciso di proseguire i suoi studi in università per qualsiasi altro motivo. Per la ragione che gli sembrava normale, vantaggioso, molto o anche solo lievemente conveniente, persino indispensabile – siamo in un’epoca in cui non se ne può fare a meno -, pressoché inevitabile – la vita in famiglia sarebbe diventata un inferno -, doveroso e quasi ineludibile – c’è chi è nato per lo studio, chi si sente lanciato inequivocabilmente in questa direzione, o magari è solo circondato da persone che lo hanno indotto a crederci.

Parlo all’ex-liceale brillantissimo, praticamente un genio, teoricamente destinato a un futuro universitario luminoso, ma poi costretto a fare i conti con una realtà diversa da quella che aveva immaginato. E parlo anche a chi, con un passato da studente svogliato e neghittoso, sordo a qualsiasi raccomandazione e refrattario a ogni forma di impegno a parte quello di una saltuaria presenza a scuola, scopre la sua sorprendente e assoluta congruenza con tempi e metodi del sistema universitario. Ho poi forse qualcosa da dire anche ai giovani che, per mille ragioni, non hanno avuto alcuna esperienza d’università, e questo con il solo scopo di aiutarli a capire che cosa hanno perso o guadagnato, nel presupposto (per la verità, non so quanto fondato) che sia utile saperlo. 

Molti genitori, per nulla propensi a trascurare i propri figli, tendono a tralasciare il fatto che un uomo o una donna di più o meno vent’anni sono ormai quel che sono, cioè un uomo o una donna. Solo nei loro ricordi prevalgono le immagini di bambini o adolescenti impreparati ad affrontare la vita. Anch’io, a volte, rivedo me stesso, nel mio periodo universitario, come non più di un ragazzo inesperto, ma solo nella parte più superficiale della mia memoria sono diverso dall’uomo che sarei diventato. Se non mi limito a riesumare qualche immagine e provo invece ad analizzarmi un po’ più a fondo, mi accorgo infatti che sono lo stesso.

Padre, o madre, che osservi tuo figlio – quello a cui ora mi rivolgo -, ti ha mai sfiorato il sospetto che l’amore per lui non te lo renda meno sconosciuto? Questo dubbio, se l’hai avuto, ti avrà fatto del male, poiché si sarà subito tramutato nel timore che egli possa soffrire senza dirtelo, anche perché il suo non è più l’intermittente dispiacere di un fanciullo, ma il più composto e persistente dolore di un adulto.  

C’è un momento a partire dal quale si rimane essenzialmente uguali. Ma, ciò nonostante, il pezzo d’esistenza dedicato all’università lascia un’impronta indelebile, è diverso dagli altri che lo precedono o lo seguono: non dico migliore o peggiore ma differente, molto riconoscibile, un po’ come si distingue da tanti altri un giorno che per qualche motivo rimane memorabile. Per esempio, è indicibile la solitudine di uno studente universitario, unica e imparagonabile per come riesce ad accarezzare dolcemente o a mordere fino alle lacrime.

Piuttosto, per quale ragione tu, giovane universitario, dovresti prestarmi attenzione, in particolare se ti dico che vale la pena di studiare? Forse perché, tanto per fare un esempio, conservo ricordi molto vivi di un mio passato che è ora molto somigliante al tuo presente. Ma, potresti pensare, sono trascorsi molti anni, tante cose sono cambiate, e quanto ai ricordi ognuno si tiene i propri, che valgono né più né meno come quelli degli altri. Devo tuttavia farti notare che il mio è un modo particolarmente intenso di appellarmi alla memoria, che mi trovo praticamente obbligato a ripercorrere certi sentieri, sollecitato a farlo in modo quasi irresistibile. Io non ho solo i miei ricordi del periodo universitario ma anche quelli accumulati nei decenni successivi da docente in continuo contatto con migliaia di studenti, tutti e costantemente di età simile, sempre, tutti giovani alle prese con quella medesima porzione di vita, con le stesse ansie, gli stessi pensieri. E io lì, vicino a loro, necessariamente piuttosto vicino, in un rapporto professionale, istituzionalizzato, codificato in una serie di gesti da compiere e ripetere, relazioni iniziate, sviluppate e concluse con una dinamica circolare, rivissute come il susseguirsi delle stagioni che nascono e poi muoiono.

Non occorrono doti né debolezze speciali per farsi influenzare da un’esperienza del genere. Che essa lasci una traccia è fisiologico, umanamente normale, come è tecnicamente comprensibile che, date certe condizioni metereologiche di base, piova o ci sia il sole. Insomma, sono qui a dichiarare che il solco lasciato nel mio cervello dal mondo universitario è profondo, quasi scientificamente prevedibile. E poiché mi trovo anche a constatare di aver raggiunto un’età in cui i ricordi diventano più freschi e numerosi delle idee, tendo a riversare su di me una parte della dolcezza con cui oggi guardo un giovane come te.

Mi ritornano in mente tanti, tantissimi studenti. Me li vedo davanti in un momento specifico del loro percorso – solo un frammento, per quanto eterno, della loro esistenza -, e a furia di ricordare giovani come te rivedo me, e mi intenerisco al pensiero di quanto fossi sprovveduto (un bel problema) nonché pieno di un’incontenibile energia (che aggravava il problema). Oggi le energie sono scemate. Ma non mi smentisco, sono rimasto fondamentalmente lo stesso, anche se il tempo mi ha aiutato a capire alcune cose abbastanza difficili. Il che, per esempio, spiega almeno in parte un atteggiamento così temerario come quello di continuare a credere nella bellezza del mondo universitario.