Cibo e psicologia. Non nutrirsi o abbuffarsi, quando i problemi passano dal piatto

di Rossella Palmieri

Spesso in studio, lavorando nella clinica, giungono pazienti che portano con sé una difficoltà dal punto di vista dell’alimentazione. Non è raro che arrivi il paziente che rifiuta il cibo, quello che lo seleziona meticolosamente,

colui che ne fa uso in momenti di noia, qualche altro che ne abusi e tanti altri potrebbero essere i racconti di ognuno che arriva. Sta di fatto, però, che i pazienti che esplicitano il loro stile nell’atto del mangiare, offrono una metafora sia del loro modo di vivere la vita, che della loro personale maniera di gestire le emozioni. Non è rara la dicitura “fame d’amore” esplicito riferimento alla relazione tra carenza affettiva e alimentazione: è come se il cibo riempisse quel vuoto che lascia una delusione d’amore,

come se placasse una tensione, un’agitazione o, ancora, come se colmasse i momenti di noia. Tantissimi potrebbero essere gli esempi, mi vengono in mente pazienti che in maniera ossessiva, giornalmente, controllano che il loro peso non scenda al di sotto di un certo, abbondante, numero di chili.

E Perché??? “Perché così mi sento protetto … il mio corpo mi fa da scherma … mi fa sentire protetto dagli altri … mi nasconde al giudizio degli altri”

Ma le risposte potrebbero essere moltissime altre, tutte diverse, tutte plausibili: quello che interessa è che utilizzare il cibo per proteggersi è come “ovattarsi”, “confondersi”, “mettere in scena una farsa” nei confronti di sé stesso.

Quante volte ci si trova di fronte a situazioni in cui le diete non funzionano, oppure se funzionano è solo per tempo limitato: ciò succede in quanto cibo e peso non rappresentano il reale problema che è, invece, rappresentato dalla mancata capacità di mantenere un equilibrio emotivo.

Sia l’eccessiva preoccupazione per il nostro corpo (quindi nei confronti del peso che non deve essere eccessivo), sia lo sfogarsi attraverso il cibo (producendo un aumento di peso), danno vita a serie di circoli viziosi emotivi che, di fatto, vengono associati a inquietudini e sconforti che tendono a mantenere la problematica alimentare.

Per comprendere questa dinamica è necessario tenere presente che esiste una regione cerebrale nel sistema nervoso centrale chiamata sistema limbico, tale parte è coinvolta nei processi emotivi, nella memoria, nella motivazione e nell’organizzazione dei comportamenti legati alla sopravvivenza e alla riproduzione, e tra questi l’alimentazione. Questo sistema agisce attraverso il circuito della ricompensa. L’uomo è obbligato a mangiare (sopravvivenza), stimolato dall’appetito e ricompensato col piacere. Vediamo, quindi, che la regolazione del comportamento alimentare (a volte in maniera cosciente ma spesso a livello inconscio) sintetizza vari aspetti: quello puramente chimico, legato alle esigenze nutrizionali; quello motivazionale, connesso al piacere di assumere alimenti belli alla vista e dolci al palato; e quello edonico, collegato alle sensazioni, alle emozioni e ai ricordi.

Viene quasi semplice comprendere, quindi, come da sole le molecole implicate in questo sistema neuronale non bastano a spiegare la complessità del comportamento alimentare, che sottende tutta una sfera psicologica e affettiva. Già da neonati attribuiamo al cibo un valore ben più complesso del mero nutrimento, si pensi al rapporto di dipendenza che si instaura tra madre e figlio durante l’allattamento e come questo influirà nella modalità di gestire il cibo da grandi.

Perché se da piccolo piango in quanto ho fame e mia madre mi allatta, è una giusta risposta; se piango perché mi fa male la pancia, perché ho sonno o perché ho la necessità di essere cambiato e mia madre mi allatta, probabilmente ecco un possibile processo per cui sto imparando che il cibo può sostituire l’equilibrio emotivo, può compensare, può placare.  Potrei, anche in questo modo, imparare ad affievolire e appagare le frustrazioni facendo una bella scorpacciata o divorando del buon gelato al cioccolato? Credo si possa rispondere in maniera affermativa e dire che questa sia una delle possibili strade per imparare l’alimentazione emotiva, sia essa l’eccessiva ingestione o lo squilibrio nutrizionale.