La coda giudicante del referendum sul taglio parlamentari. Ripetuto l’equivoco renziano

di Bruno Gemelli

La risposta al quesito referendario è tutta dentro la domanda perché quando si chiede di diminuire il numero dei parlamentari, la risposta c’è già, è nel ventre dell’interrogazione. Una domanda retorica di facile consumo,

un finale scontato. Chiederne conto agli italiani il giorno dopo, quando gli stessi promotori sembrano propensi a lisciare l’antipolitica e tutto ciò che sa di casta,  è come sfondare una porta aperta. E il fatto che ci sia stato uno zoccolo duro che ha detto di NO, più o meno grande a seconda delle zone dove s’è votato, significa che ancora esistono margini per sviluppare pensieri diversi.  

In questo referendum s’è ripetuto l’equivoco commesso da Renzi nel 2016, quando chiese agli italiani di cambiare la Costituzione mentre l’opinione pubblica aveva altro a cui pensare e c’era un diffuso rancore contro il Pd al di là dei suoi demeriti. Il fiorentino, paradossale alter ego dei grillini, oggi perde in ogni dove. Tranne in Toscana dove, col 4 per cento, è stato determinante per fare vincere Giani. Una regione, la Toscana, che nel 2016 batté da sola le intrusioni padane, confermando oggi tale avversione.

La vittoria larga del SI è semplice e, nello stesso tempo, complessa giacché nulla toglie alle spiegazioni, alle motivazioni che pure ci sono e potrebbero aprire le porte a una stagione di riforme serie.

La vittoria referendaria appartiene tecnicamente solo ai grillini perché hanno promosso il quesito, una vittoria anche asimmetrica e monca dal momento che i “vincitori” non possono incassare e reinvestire perché sono stati sconfitti su tutti gli altri fronti. L’unica luce per loro s’è accesa a Matera dove il candidato pentastellato Domenico Bennardi se la dovrà vedere al ballottaggio con il candidato del centrodestra. Insomma, il flop grillino, ancorché annunciato e generalizzato, consente, tuttavia, a Di Maio di tenere a bada Di Battista. Quest’ultimo ha, fra l’altro, detto: «Se c’è una cosa sgradevole nelle elezioni è che poi sembra che abbiano vinto tutti. Così evidentemente non è e bisogna affrontare la realtà con onestà e lucidità». Ma la balcanizzazione pentastellata nei prossimi giorni dovrà superare altri malumori che stanno montando.

Il vero fruitore di questo risultato è il premier Conte che allunga la sua presenza a Palazzo Chigi. Zingaretti, vincente suo malgrado, mette al riparo la sua segreteria dagli attacchi dei vari Gori e Orfini. Il segretario del Pd, che incassa l’esito del referendum, deve ringraziare in particolare tre persone: Vincenzo De Luca, Michele Emiliano e un pochino lo stesso Renzi. Al Nazareno ora pensano alla riforma elettorale e l’adesione al Mes. Un arduo cammino.

Dal referendum escono sconfitti Matteo Salvini e Giorgia Meloni, anche se il loro popolo ha votato SI, perché sono stati travolti dalla loro stessa indecisione e condannati a trovare altri linguaggi e altre modalità di ingaggio.

L’insieme delle contraddizioni, da destra e da sinistra, si colgono nel voto di Reggio Calabria che rinvia al ballottaggio l’esito finale. Il Pd di Falcomatà più che l’assalto del competitore Minicuci deve temere o sperare nell’atteggiamento dei terzi e quarti classificati. Rispettivamente la destra di Angela Marcianò e, in misura minore, la sinistra di Saverio Pazzano. Dal loro entusiasmo o dalla loro indifferenza dipenderà molto l’esito finale. Vincerà chi sarà capace di portare più gente a votare.

E, infine, per la serie “non ci posso credere”, a Reggio il pubblicitario Davi ha preso più voti del grillino Foti.