Elezioni regionali. Un pareggio che qualcuno interpreta come una vittoria

di Giuseppe Mariconda

Tre per tre uguale tre. No, non è una estemporaneo, sbagliato ed astruso calcolo matematico, è soltanto l’estrema sintesi del voto del 20 e 21 settembre, quando si è votato (ecco ancora il tre…che torna) per il referendum costituzionale, per sette Presidenti di regione ed un migliaio di comuni. Insomma un voto per molti ma non per tutti.

Specifichiamo. Tre regioni al centro destra e tre al centro sinistra. Sostanzialmente un pareggio anche se in partenza erano quattro a due a favore della sinistra. Ma le aspettative e le previsioni, oltre i sondaggi, preannunciavano una debacle completa della sinistra, fino all’auspicio- speranza di un possibile sette a zero che avrebbe sacrificato sull’altare del “non rappresenta più il paese”, l’attuale maggioranza giallorossa di governo. Ma così non è stato.

Ed eccoci al primo esito-conseguenza, al di là del “politico” pareggio regionale: il governo si è blindato ed è tecnicamente impossibile oggi andare alle elezioni anticipate come vorrebbero in sostanza gli esponenti della coalizione  di destra. Dopo l’approvazione del taglio dei parlamentari ( il voto referendario è stato trasversale) occorre rifare i collegi elettorali e soprattutto una nuova legge, visto che il Rosatellum, con i quale si è votato l’ultima volta è sostanzialmente inapplicabile. E da qui la “blindatura” di Giuseppe Conte e dei suoi ministri. Camera e Senato dovranno discutere e confrontarsi su proporzionale puro, proporzionale corretto, soglia di sbarramento, diritto di tribuna, maggioritario all’inglese, sistema misto alla tedesca (con due schede), il metodo spagnolo e –perché no?- il doppio turno alla francese. Immaginate per un momento il guazzabuglio di proposte, di emendamenti-provocazioni che saranno presentati soprattutto da quei deputati e senatori che hanno la certezza di non mettere più piede a Montecitorio o a palazzo Madama, non solo per la riduzione del numero ma per il disfacimento del proprio partito di appartenenza.

E qui siamo al secondo dei tre punti emersi con chiarezza dal voto: si sono liquefatti o non si sono rappresi i partiti “liquidi”. Forza Italia praticamente si è dissolta; il movimento delle 5 stelle ne ha viste, come si suol dire, molte ma molte di più provocate dai colpi durissimi inferti dal suo ex elettorato, e i fiorellini nascenti, ancora non si è capito se al centro o dove, come Italia Viva e Azione non supererebbero la soglia di sbarramento di una eventuale nuova legge. Altra robusta polizza assicurativa per l’attuale esecutivo, che ora – con tranquillità- può guardare ai fondi europei  che arriveranno tra qualche mese e decidere dove indirizzare investimenti e soluzioni. Qui si apre un altro discorso, decisamente nuovo per il nostro paese, e che dovrebbe portare ad un auspicabile e condivisibile rapporto, pur nel rispetto dei ruoli, tra maggioranza ed opposizione. Una domanda, nasce spontanea: con questa opposizione è possibile un dialogo costruttivo? E qui politologi, editorialisti, commentatori ed esperti si eserciteranno a lungo con analisi e giudizi a breve e lunga prospettiva, anche perché la leadership post-Berlusconi, era ben stretta nelle mani di Matteo Salvini fino al Papetee o poco dopo, ma ora  sembra sfuggire e dirigersi da qualche altra parte.

E qui arriviamo al terzo segnale, che – a mio avviso- hanno lanciato queste consultazioni. L’assalto alla Toscana, dopo l’Emilia, è fallito e con esso la spallata al governo. E su Emilia e Toscana il Matteo padano si è giocato tutto. Ha perso e qualche malumore comincia a serpeggiare anche all’interno della stessa formazione leghista, compatta apparentemente, anche se due crepe si sono aperte clamorosamente: il dissenso di Giancarlo Giorgetti sul voto referendario e la clamorosa affermazione in Veneto della lista Zaia. Ha sfiorato il 50 per cento del suo clamoroso risultato finale. Certo sono voti della lega, di leghisti o aspiranti tali, certo, ma…

Così come in Campania dove Vincenzo De Luca è stato autore di una performance che si avvicina di molto a quella del presidente Veneto. In sostanza il 70 per cento al sud contro il 76 per cento al nord. Ma qui c’è una piccola, ma sostanziosa differenza, sempre analizzando il voto seggio per seggio, provincia per provincia: complessivamente la lista De Luca pur compiendo un clamoroso exploit è rimasta al di sotto del voto complessivo riportato dal suo di appartenenza, il partito democratico.

Infine per la comunali discorso ancora prematuro perché bisogna attendere i ballottaggi delle grandi città. In particolare Reggio Calabria, dove la partita è aperta. A Venezia e Mantova c’è la conferma per i sindaci uscenti. Anche qui pareggio: uno a destra uno a sinistra. Poi nei piccoli centri e con le liste civiche ognuno degli schieramenti fornisce l’interpretazione che più gli aggrada. Resta l’auspicio che siano stati scelti amministratori capaci e soprattutto onesti. In sostanza:con alcuni sindaci sono stati confermati i presidenti di Regione. Evidentemente è stato giudicato positivamente il loro operato: due sono di centro destra, due di centrosinistra. Due i nuovi: uno del centro sinistra ed uno del centro destra. Più pareggio di così…Ma è un pareggio che vale una vittoria. Per tutti. O quasi.