Dalla politica estera all’emergenza sanitaria, la sfida Trump-Biden si gioca Stato per Stato

di Mariangela Maritato

Il 3 novembre si svolgeranno le 59me elezioni presidenziali della storia degli Stati Uniti d’America, una sfida che vede Donald Trump e Joe Biden scontrarsi su temi cruciali: dalla gestione dell’emergenza Covid_19 al welfare;

dalla sicurezza esterna a quella interna che, sulla linea dei moti di protesta anticolonialisti, egualitari e antifascisti dei ‘black lives matter’ innescati dal brutale omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto suprematista bianco e da ripetuti episodi di violenza e razzismo, si gioca sul campo dell’abuso di potere delle forze di polizia nei confronti della popolazione afroamericana e del contenimento dei flussi migratori che ha portato gli Stati Uniti a chiudere le proprie frontiere agli studenti stranieri e

alla costruzione di muri come quello di confine antimigranti con il Messico, finito sotto inchiesta per fondi neri con tanto di condanna per frode ai danni di Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca e braccio destro del presidente. Una chiamata elettorale “indiretta” perché i cittadini americani delegano il loro voto ai 538 cosiddetti grandi elettori che il 14 dicembre 2020 si riuniranno nel Collegio elettorale di Washington per eleggere il nuovo presidente e il suo vice presidente.

La politica dei muri, delle minacce alla Cina (rea di aver creato il coronavirus e mentito sulla diffusione favorendo la pandemia e il declino economico delle potenze occidentali) e del protezionismo repubblicano contro quella della distensione, del welfare pubblico e della gestione pacata e scientifica dell’emergenza del candidato democratico, già vicepresidente dell’amministrazione Obama e attualmente in vantaggio di almeno l’8 per cento, come riportato dall’ABC e dal sito di approfondimento politico – elettorale dedicato all’election day https://projects.fivethirtyeight.com/2020-election-forecast
È dall’inizio della campagna elettorale che Trump, facendo leva sul fattore paura, identità e appartenenza, ha lanciato la sua controffensiva contro i nemici esterni. La Cina, attualmente nell’occhio del ciclone, è seconda solo all’Iran, lo stato canaglia per eccellenza accusato di terrorismo per fare da base e spola ad Hetzbollah nell’intifada contro Israele e per traffico internazionale di armi.

Una politica estera aggressiva e militarista che ha fatto ricadere sull’attuale presidente, tra le altre, l’accusa di manipolazione mediatica del consenso (tv e social network), di dispiegamento di armi tattiche a bassa gittata nucleare nelle basi Nato anche italiane e l’utilizzo di droni killer in Iraq, Iran, Pakistan, Yemen, Syria, Donbass e Golfo Arabico contro centri nevralgici dell’intelligence avversaria con danni e morti civili, nonostante la promessa mai mantenuta di disimpegno bellico internazionale. 
Dopo lo storico accordo di pace fatto siglare tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, Ronald Trump ha rafforzato la sua leadership internazionale in Medioriente ma soprattutto la propria convinzione di essere l’uomo giusto alla Casa Bianca per fronteggiare l’emergenza sanitaria agitando addirittura lo spettro di elezioni truccate e puntando a sua volta il dito sul voto per posta. Un sistema che l’emergenza pandemia ha reso più che mai indispensabile in un Paese dove oramai si sfiorano i 7 milioni di casi di contagio e le vittime superano le 202 mila ma che ha reso altissima la tensione della campagna elettorale, segnata dallo scontro sulla Corte Suprema e le proteste razziali che hanno portato l’establishment neocons del partito repubblicano a prendere immediatamente le distanze dalle esternazioni del presidente.

«Ci sarà una transizione ordinata», ha assicurato il leader dei senatori repubblicani, Mitch McConnell mentre l’ex candidato alla Casa Bianca Mitt Romney ha definito l’ipotesi di un rifiuto del risultato del voto «impensabile e inaccettabile».
« È uno dei fondamentali della democrazia che non può essere assolutamente messo in discussione. Sosterremo in ogni modo la Costituzione che garantisce un pacifico passaggio dei poteri da un presidente all’altro», ha assicurato anche la deputata Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney. Se i democratici definiscono le parole di Trump «vergognose» considerandole in tempi di tensioni sociali un pericoloso messaggio inviato alla sua base, non si dice sorpresa la speaker della Camera Nancy Pelosi che ha sempre tenuto testa all’arroganza di Trump ribadendo come abbia sempre dimostrato «disprezzo» per le regole e per l’autorità malgrado la candidatura ad un Nobel per la pace con una road map che nella sua ‘’Visione per il Futuro” ignora completamente le istanze dei popoli e dei nativi dei territori occupati.
L’attuale presidente è stato contestato in occasione della sua visita alla Corte Suprema, dove si è recato con la first lady Melania per rendere omaggio alla giudice Ruth Bader Ginsburg.
Mentre si trovava in silenzio davanti al feretro indossando per la prima volta dall’inizio di fronte a decine di contestatori – come testimoniano le immagini tv e postate sui social media – hanno continuato a scandire in coro slogan come ‘Cacciatelo via col voto!’, o ‘Rispetta le sue volontà!’. Quest’ultimo un riferimento al desiderio espresso prima di morire dalla stessa Ginsburg: procedere alla nomina del suo successore dopo le elezioni presidenziali e dopo l’insediamento del nuovo Congresso. Desiderio in contrasto con la nomina alla Corte Suprema da parte di Trump di Amy Coney Barrett, una donna della destra estrema che ha come sua dichiarata missione rendere l’aborto e il matrimonio gay illegali, di abolire Obamacare e di proteggere la lobby delle armi.

Se Biden deve stare molto attento alcuni Stati chiave come la Florida e l’Arizona, dove tuttavia sarebbe già in vantaggio, per Trump suona il campanello d’allarme in tre Stati vinti nel 2016: Texas, Georgia e Iowa. Secondo l’ultimo sondaggio condotto dal Siena College per il New York Times, in Texas il presidente americano è in vantaggio su Joe Biden di soli tre punti (46% a 43%). In Georgia è un vero e proprio testa a testa, con entrambi i candidati al 45%, mentre in Iowa Trump è avanti di soli tre punti.
Se dal Collegio elettorale del 14 dicembre non risulterà una maggioranza assoluta di almeno 270 voti a favore di un candidato (quorum necessario per l’elezione) a nominare il nuovo presidente sarà la Camera dei rappresentanti, a maggioranza fra i tre candidati che hanno ricevuto più voti nel Collegio elettorale. Il vice presidente sarà invece nominato dal Senato eleggendolo fra i due nominativi che hanno ricevuto più voti nel Collegio elettorale. Il nuovo presidente eletto inizierà il suo mandato solo il 20 gennaio 2021. Una data fatidica data prima della quale ci aspettano ancora tre mesi di sorprese e colpi di scena.