Da Trento a Londra per studiare e combattere il covid-19: ecco la storia di Ilaria Dorigatti

di Patrizia Arcuri

In prima linea, nella lotta al coronavirus, per cercare di capire e dare a tutto il mondo una speranza. Lei è Ilaria Dorigatti, ricercatrice trentina di stanza a Londra. Classe 1983, laurea e dottorato in matematica all’Università di Trento, lavora nella City

da quasi 10 anni, presso il Centro per l’analisi globale delle malattie infettive globali del prestigioso Imperial College. Da quasi tre mesi il suo lavoro è focalizzato sullo studio del virus SARS-CoV-2. “Mi occupo di modelli matematici per capire le dinamiche della trasmissione delle malattie infettive. Un obiettivo delle mie ricerche è quello di identificare gli interventi che possono controllare o mitigare epidemie, come ad esempio quella in corso da Covid-19. Si tratta di creare una sorta di zuppa di batteri e antibatteri e scoprire se c’è la possibilità di bloccare il virus ”.

La sua lunga avventura parte dalla natia Trento, per toccare Los Angeles, dove ha trascorso sei mesi presso la UCLA mentre scriveva la tesi di laurea specialistica, e per finire a Londra. Nel 2010, ultimo anno di dottorato, trascorre 5 mesi all’Imperial College, nel gruppo di ricerca del professor Neil Ferguson, con cui collabora da allora. Ferguson è il ricercatore che ha fatto cambiare idea al premier Boris Johnson riguardo il lockdown. “Sono arrivata qui perché attratta dal tipo di ricerca svolto all’Imperial College applicato a problemi che nascono dalla vita reale e con un impatto per la salute pubblica – ha raccontato in un’intervista – Pensavo mi sarei fermata per un breve periodo, e invece sono ancora qui”. Dopo aver vinto un concorso, si trasferisce definitivamente nella capitale britannica, insieme al marito. “Con Christian ci siamo sposati nel 2013 e lui mi ha seguito a Londra dopo aver finito il dottorato in ingegneria delle telecomunicazioni all’Università di Trento. Ora lavora come ingegnere in uno stock exchange, ovvero una Borsa, nella City”. Arrivano poi i piccoli Matilde e Massimo, di 5 e 1 anno, veri londinesi dal sangue trentino. «A casa parliamo in italiano, ma a scuola parlano in inglese. Credo cresceranno perfettamente bilingue – ha detto – Poi a Natale, Pasqua e d’estate di solito tornavamo in Trentino, a rivedere un po’ di montagne e cielo azzurro». Fra i programmi, non c’è quello di tornare in Italia, nemmeno dopo Brexit: “Sono molto felice della mia vita qui – aveva dichiarato – Avendo ottenuto il permesso di residenza permanente, non sono preoccupata”.

Prima del coronavirus, Ilaria si era occupata anche di altre malattie infettive, come il virus influenzale H1N1, Zika e la malattia del dengue, ricerche in seguito pubblicate sulle maggiori riviste del settore, come “Science”. Poi arriva la pandemia di coronavirus. “Ho cominciato a lavorare su Covid-19 a inizio gennaio. Il nostro gruppo è stato il primo a livello mondiale ad aver realizzato l’entità del rischio posto da questo nuovo virus emerso a Wuhan. A metà gennaio abbiamo pubblicato il primo dei nostri rapporti dove, in base al numero di casi esportati fuori dalla Cina, stimavamo esserci molti più casi di quelli riportati nella città focolaio cinese. Usando dati provenienti dalla Cina e da Paesi internazionali abbiamo poi caratterizzato diversi aspetti epidemiologici, inclusa la trasmissibilità (ovvero l’R0), il tasso di letalità e la sensibilità dei sistemi di sorveglianza internazionale. Tutti i nostri rapporti sono disponibili sul sito dell’Imperial”, ha fatto sapere la ricercatrice italiana.