Pandemia, profitto e logica degli interessi convergenti nella gestione della accoglienza

di Rino Muoio

Il covid19, l’ha capito anche chi ostenta un certo, potremmo definire, “censo immunitario” non conosce ostacoli e riserve.

Tutti, indistintamente, siamo a rischio, compresi ovviamente i migranti e i rifugiati ospitati nei centri di accoglienza e detenzione italiani. Va subito detto, tuttavia, che, secondo le prescrizioni introdotte in questi mesi dal governo e dalla presidenza del Consiglio per decreto, chi arriva in Italia, via mare o via terra, e risulta essere irregolare, deve essere immediatamente sottoposto a test per accertarne l’eventuale contagio.

Ne discende che, per certi versi, sarebbero più controllate le condizioni di salute di queste persone rispetto a quelle di un qualsiasi cittadino residente in Italia, che, come sappiamo, viene invece sottoposto a tampone solo in presenza di sintomi, anche lievi, o di possibili contatti con persone con patologia conclamata. In realtà c’è tutta un’area di imponderabilità che riguarda il possibile contagio degli stessi immigrati nella fase successiva all’arrivo nei centri di destinazione distribuiti nell’intera penisola. Questo perché, com’è giusto che sia, chi di loro è ospitato nelle strutture pubbliche o private individuate dalle prefetture e dalla protezione civile, è libero di muoversi nel territorio e, quindi, di allontanarsi dai centri in questione. Non solo, tutti sappiamo, in primis il ministero degli Interni, che molti migranti finiscono per trovare lavoro, in gran parte in nero, in settori produttivi ben conosciuti, a cominciare da quello agricolo. Un fenomeno diffusissimo, per il quale il governo ha ritenuto necessario intervenire attraverso il decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 (“Rilancio”), nel quale si prevede l’introduzione di una procedura per l’emersione del lavoro irregolare di cittadini stranieri, così come per gli italiani, impiegati nei settori agricoltura, lavoro domestico e cura della persona. Tutto questo, se mai ce ne fosse bisogno, conferma, parallelamente, che gli stessi migranti possono essere contagiati, come tutti gli italiani, durante le loro attività lavorative o sociali che siano. C’è tuttavia da rilevare che per queste persone il centro di accoglienza rimane la sede di soggiorno abituale. Si tratta di strutture ben identificate, presidiate da operatori con professionalità specifiche, dove però l’organizzazione interna, che in genere è caratterizzata da una certa promiscuità, non agevola l’attuazione delle prescritte misure di contenimento dei contagi da Covid. Ecco perché gli stessi decreti via via succedutisi da marzo scorso in poi, così come le decisioni prese in sede UE, sollecitano le strutture competenti del territorio ad effettuare controlli sanitari stringenti e costanti all’interno delle strutture in questione. Si scrive tra l’altro nella specifica guida “Prevenzione e controllo del COVID-19 nei centri di accoglienza e detenzione di migranti e rifugiati in Europa” realizzata dal Centro europeo per la prevenzione e controllo delle malattie (ECDC) e alla quale redazione ha contribuito anche il nostro Istituto Superiore della Sanità con un consulente:

“Le principali indicazioni che emergono dal documento sono:

  • la pandemia di COVID-19 aggrava le vulnerabilità dei migranti e dei rifugiati che vivono nei centri di accoglienza e detenzione
  • sebbene non vi siano prove che suggeriscano che la trasmissione di SARS-CoV-2 sia più elevata tra migranti e rifugiati, fattori ambientali come il sovraffollamento nei centri di accoglienza e di detenzione possono aumentare l’esposizione di questi gruppi di popolazioni alla malattia 
  • tutti i principi di distanziamento fisico applicati nelle comunità in generale dovrebbero essere applicati anche nel sistema di accoglienza e detenzione dei migranti. Se le misure di allontanamento fisico e di contenimento del rischio non possono essere attuate in modo sicuro, dovrebbero essere prese in considerazione misure per decongestionare ed evacuare i residenti
  • oltre al distanziamento sociale, l’igiene delle mani e delle vie respiratorie sono le principali misure non farmacologiche che dovrebbero essere prese in considerazione e implementate nei centri di accoglienza e detenzione dei migranti
  • fornire adeguate misure di prevenzione, test, trattamenti e cure gratuite ed eque sia per malattie infettive che per malattie croniche a migranti e rifugiati in contesti di accoglienza e detenzione è fondamentale in ogni momento, ma in particolare nel contesto di COVID-19
  • non vi è alcuna prova che la messa in quarantena di interi campi limiti efficacemente la trasmissione del virus SARS-CoV-2 in contesti di accoglienza e detenzione, o fornisca effetti protettivi aggiuntivi per la popolazione in generale, al di fuori di quelli che potrebbero essere raggiunti con misure convenzionali di contenimento e protezione
  • i centri di accoglienza e detenzione di migranti e rifugiati dovrebbero avere la priorità per i test, a causa del rischio di una rapida diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2 in questi contesti. Tutti gli individui con sintomi compatibili con COVID-19 devono essere testati all’arrivo e i casi possibili, probabili o confermati che non necessitano di ricovero in ospedale devono essere isolati o separati dagli altri. Il contact tracing (ricerca dei contatti) deve avvenire per tutti i casi identificati come positivi. I nuovi arrivi asintomatici possono anche essere presi in considerazione per il test al fine di ridurre il rischio di introduzione di casi nei centri di accoglienza e di detenzione; tuttavia, un test negativo non esclude la possibilità che la persona diventi infettiva nei 14 giorni successivi al test
  • comunicare sui rischi e sulla prevenzione del COVID-19 con migranti e rifugiati ospitati in centri di accoglienza e detenzione richiede strategie di coinvolgimento della comunità e di comunicazione sanitaria adattate per soddisfare le diverse esigenze linguistiche

I controlli, dunque, sono ritenuti non solo possibili ma necessari. E però le evidenze di questi mesi fanno comprendere come ci sia stata e ci sia una concentrazione di interessi, alcuni legittimi altri meno, e di pratiche, alcune lecite altre meno, essenzialmente finalizzati al profitto,che in effetti rallentano o bloccano gli interventi di profilassi periodica sul covid 19 all’interno dei centri di accoglienza italiani, così com’è stato, durante le prime settimane di pandemia, negli ospedali e nelle RSA. Va premesso, giusto per evitare  commenti che oramai hanno i noiosi e insopportabili tratti del luogo comune alla rovescia, che di persone contagiate e asintomatiche ne circolano, con ogni probabilità, centinaia di migliaia in tutta la penisola, e la gran parte di queste sono di nazionalità italiana, al di là delle marchiane, inconsistenti e fuorvianti tesi sostenute da certo settori della politica nostrana. Sui luoghi ben identificati, che prevedono soggiorni in comunità chiuse, in ogni caso, la possibilità di effettuare preventivi e utili controlli attraverso i tamponi, per mappare e soprattutto isolare gli eventuali contagiati in tempo utile, appare oggettivamente più semplice da affrontare e da organizzare. Perché allora questi controlli costanti nei centri di accoglienza non vengono effettuati assiduamente e sistematicamente come auspicato?

Probabilmente c’è stata per molte settimane anche una carente dotazione dei test alle strutture sanitarie competenti, ma la cronaca recente, per i centri d’accoglienza degli immigrati, fa emergere altre motivazioni legate a precisi interessi. Vediamo questi vantaggi quali potrebbero essere:

1) Ha interesse chi gestisce il centro a non conoscere la presenza di contagiati perché l’eventuale presenza del virus tra gli ospiti crea problemi di gestione dell’asintomatico positivo ma anche degli altri immigrati ed operatori che devono sottoporsi a quarantena, in struttura che non mancano di essere sovraffollate e che in genere non dispongono di spazi di isolamento

2) Hanno interesse gli ospiti che in genere trovano occupazione in nero e, dunque, senza tutela, in agricoltura, nelle piccole imprese artigiane, o in proprio per piccoli lavori alla giornata presso terzi, perché quei pochi euro guadagnati garantiscono loro un minimo di autonomia e anche un discreto sostentamento alle loro famiglie rimaste nei paesi d’origine in una condizione di povertà assoluta. È evidente come nel caso di accertata presenza di ospiti positivi al Covid, o comunque di necessaria attivazione della quarantena per tutti i residenti della struttura di accoglienza interessata, le attività lavorative subirebbero un fermo totale, con un danno per loro considerato esistenziale. Una condizione che di recente ha addirittura prodotto la reazione degli immigrati che hanno inscenato vere e proprie manifestazioni di protesta con il relativo intervento delle forze dell’ordine e dell’esercito per sedare gli animi e assicurare il rispetto delle misure di contenimento.

3) I titolari delle aziende e pseudo datori di lavoro, che in moltissimo casi non hanno approfittato della legislazione di vantaggio per regolarizzare gli immigrati alle loro sostanziali dipendenze, hanno interesse a tacere sulla stessa presenza nella propria azienda di questi lavoratori, per evitare di  perdere manodopera a bassissimo costo e pronta ad essere utilizzata fuori da ogni tutela, e per evitare noie con l’ispettorato del lavoro e con la giustizia Un mix di tornaconti e benefici micidiale, dunque, che si autoalimenta, diventando forse più virulento ed epidemico del Covid, e che delinea contesti che stanno sul crinale del paradosso, sul quale si scontrano da una parte i valori della convivenza civile, del rispetto delle leggi e della tutela della salute pubblica, e dall’altra quelli del profitto ad ogni costo, del neo schiavismo e del più becero e inumano egoismo. E uno stato serio, una democrazia compiuta, questo non può permetterlo e men che meno giustificarlo sotto l’ombrello della perpetua e pelosa emergenza.