Così la spietata nera mietitrice nascose i suoi esecutori sotto un malefico mantello: covid-19

di Elisa Stella

Analisi del comportamento della criminalità in un periodo che non ha precedenti: il 70% dei 149 omicidi commessi in ambito familiare ha avuto donne come vittime; una quota salita al 75,9% durante il periodo di lockdown. Il virus ha inciso anche sui crimini commessi sul web 

“Mi muovevo in reparto in una situazione mai sperimentata prima, le persone arrivavano in ospedale spaventate, allarmate ed io tenacemente investivo tutta la mia energia. Non potevo certo tirarmi indietro, ad ottobre mi sarei laureata proprio in medicina con l’impegno etico e morale di aiutare tutti. Raccontavo dell’emergenza sanitaria ai miei cari e cercavo di incoraggiare i miei colleghi. 

L’11 marzo avevo scritto “Ora che più che mai bisogna dimostrare Responsabilità e amore per la VITA. Abbiate rispetto di voi stessi, delle vostre famiglie e del vostro Paese… Rimaniamo uniti, ognuno nella propria CASA…”  Alla parola CASA avevo dedicato un carattere differente. CASA. Un posto sicuro per non morire infetti da Covid-19. 

La spietata Nera Mietitrice che sotto il proprio mantello nascondeva il virus con la sua pungente corona lì non mi avrebbe raggiunta. Il mio compagno con la sua pungente coltellata invece sì. Che strana combinazione, il 1 gennaio gli dedicai un post che diceva “…e ti contagia di gioia. Amo ogni secondo e ogni anno vissuto insieme a te.” Pochi mesi dopo lui si giustificherà per quella coltellata letale, seguita da un lampada in faccia e lo strangolamento (per essere sicuro sicuro di aver chiuso la porta della mia vita) affermando “L’ho fatto perché mi ha contagiato”. Non di gioia evidentemente!” 

Unica contaminazione di questi soggetti è la quella del proprio stato mentale, del proprio funzionamento. Uno stato psichico contaminato sì dai pregiudizi di una cultura millenaria, di cui tutta la collettività, donne comprese, è intrisa. 

Nelle città vuote, spopolate i reati sono crollati. Più cittadini in casa meno delinquenti in strada. Più delinquenti in casa più carneficina tra le mura domestiche. Un’ode alla crudeltà. L’immagine del posto sicuro, di quell’ambiente che dovrebbe rimandare sensazioni di sicurezza (così come rimandava il post di Lorena Quaranta) nel lockdown si è trasformato per troppe donne nella scena del crimine. L’inferno si è congelato nei loro occhi. La vita sfumata alla deriva, nell’incredulità, prosciugate dal dolore tra i giardini dalla luce morente.

Prudenza però ad ascrivere la responsabilità al lockdown. Il coronavirus non ha modificato la violenza contro le donne, la convivenza forzata ha solo accelerato le aggressioni come si verifica durante le festività o i fine settimana, ma ciò si realizza per mano di uomini che sono violenti, che mettono in atto un controllo e un dominio perché hanno introiettato profondamente una gerarchia di ruoli che vede la donna subordinata nella relazione. La violenza non sopraggiunge inaspettatamente. Il legame disfunzionale e il vincolo patologico erano sicuramente già consolidati.

Così come non è una novità la quantità abnorme di iscritti a gruppi in rete che esercitano il più esecrabile degli scambi:  quello del revenge porn, della pedopornografia, dello stupro di gruppo virtuale, della pianificazione di azioni di stalking. Il blocco ha magnificato una tempesta ineguagliabile per gli abusi online, avendo trasferito alcuni criminali dalla piazza fisica a quella virtuale. Meno molestatori in viaggio verso le mete del turismo sessuale minorile, maggior tempo passato dai minori sul web ed ecco che l’attività di condivisione tra molestatori ha visto un aumento del 50% nei mesi di quarantena.

La mappa del crimine, dunque, si modifica. E lo fa rapidamente. Crimini che sfruttano il momento e cavalcano l’onda e altri che attraversano un momento passeggero di crisi.

Mutazioni, come per il virus che hanno consentito di mapparne il percorso, ma non hanno cambiato il suo comportamento (fenotipo) nei confronti della vittima “contagiata”.