Taglio parlamentari, c’è stata una ragionevole sforbiciata, non una rivoluzione

di Paolo Pagliaro

 Ci sono due importanti dati di fatto. Il primo è che per il referendum gli italiani hanno votato. Il secondo è che non hanno votato seguendo le indicazioni dei partiti. Sono due notizie positive ma che non devono sorprendere.

Il tasso di partecipazione degli italiani alla politica è tra i più alti. Dice l’Istat che il 64% delle persone parla di politica e il 72% si tiene informata attraverso i media. Quanto alle indicazioni dei partiti, esse erano in apparenza uniformi, tutte per il sì. In realtà, a parte i 5 Stelle, le esternazioni sono state così contraddittorie o timide da escludere che gli italiani possano esserne stati influenzati . Tra il si e il no non ci sono state guerre di religione o contrapposizioni ideologiche. E per i partiti – sempre con l’eccezione dei 5 Stelle – non sarà agevole intestarsi la vittoria.

Per pigrizia o per comodità molti diranno che il si alla riduzione dei parlamentari è stato un voto contro la casta. Non è così, per ragioni in primo luogo lessicali. Casta è da alcuni anni una parola in disuso dopo il largo abuso che ne è stato fatto.
Sulla scia del long seller di Stella e Rizzo sui privilegi e l’impunità della classe politica, “casta” è diventata un’etichetta applicata alle più diverse tribù sociali: ai sindacalisti e ai tassisti, ai medici e alle cooperative, ai giornalisti, ai docenti universitari, ai produttori di bevande alcoliche, meglio noti in libreria come casta del vino.
Diventati essi stessi dei bramini, molti italiani si sono limitati a dire che sì, il numero dei parlamentari può diminuire. Ma è stata una ragionevole sforbiciata, non una rivoluzione