Al voto, al voto, per cambiare, oppure no, un sistema che non ha mai avuto pace

di Massimo Veltri

Affrontare il voto da qui a breve-in molte regioni (ben sette per diciotto milioni di elettori) e per il referendum confermativo della legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari-significa per alcuni aspetti

un ritorno alla normale vita del gioco democratico. Forse un salutare bagno dentro il tempo del virus, che almeno ci faccia distrarre dal bollettino quotidiano delle sei, dalla conta, dai DPCM, dal domani che verrà. Certamente un’immersione nella società liquida di Z. Bauman, nella volatilità dell’elettorato, nelle tecniche dei persuasori di massa più o meno occulti.


È dal crollo del muro di Berlino che in Occidente ma più marcatamente in Italia il sistema democratico non trova pace, i partiti sono andati in crisi, le istituzioni sono diventate palestre per confronti poco commendevoli, il mercato spinge in ogni dove degli spazi pubblici, destra e sinistra sempre più smarrite, ondivaghe, intercambiabili. La nascita della Lega e del M5S sembrava aver raccolto il forte senso della rivolta populista antieuropea corrispondentemente al declino dei partiti storici. Sembrava, perché, dietro slogan e urla sempre più razzisti, discriminatori, carichi di odio in riferimento anche al dualismo nord-sud, negli ultimi mesi la potenza dell’impatto e delle conseguenze del virus hanno evidenziato il vuoto o quanto meno il deciso affievolimento di Salvini e di Di Maio, dopo alcune rumorose ma sembrerebbe estemporanee manifestazioni dal basso tipo le Sardine. Così che il Pd, clamorosamente sconfitto alle elezioni politiche e rimessosi in piedi con il governo Conte, riacquista una centralità nel sistema politico, al costo di contorsioni, giravolte, compromessi e veri e propri atti di sudditanza che non sempre sono condivisi dal gruppo dirigente e certamente spiazzano l’elettorato, in specie quello potenziale.
Una centralità quindi che rischia non poco in conseguenza  degli esiti delle urne di settembre. La linea di Zingaretti è squisitamente, esclusivamente difensiva: se non questo governo quale? E: Vogliamo regalare il Paese a Salvini? Renzi piratescamente giochicchia e gli umori del popolo ondeggiano.
Qualcuno rimpiange il potere di orientamento e di persuasione dei grandi partiti di massa della prima repubblica, non pochi vagheggiano una sinistra dura e pura di opposizione e niente più, il socialismo liberale stenta nell’elaborare e conseguentemente nel fare proseliti. In tanti decidono di votare grazie a simpatie last-minute, a impressioni fugaci, a rese di conti verso chi ha illuso e deluso, i media quali che siano non sembra fungano gran che come strumenti di informazione reale, la cultura politica è diventata sempre più merce rara. In un’Italia sempre più lacerata da Nord versus Sud, mentre decisiva si rivelerebbe una forza politica capace di parlare al cuore e alle menti di tutti gli italiani assistiamo a leghisti che si impongono nel Mezzogiorno, a personalità con pedigree democratico che divaricano progressivamente le regioni del sud da quelle del nord.
Mai come in questo periodo si percepisce un forte sbandamento nell’elettorato, impotenza nelle forze politiche a porsi fra popolo e istituzioni.
Quanti errori durante gli ultimi trent’anni, quante sottovalutazioni, quante mistificazioni nel non comprendere che tanti paradigmi erano giunti al capolinea, che occorreva  intraprendere percorsi nuovi, consoni all’Europa, ai nuovi ceti, al nuovo modo di produrre e fare commercio, all’ambientalismo, ai diritti umani eccetera. Non comprendere poi che un patto, anzi due, fra maggioranza e suoi elettori e fra opposizione e suoi elettori s’erano ormai irrimediabilmente logorati è stato il tocco finale.

Se le elezioni sanciranno, convalidando il voto delle Camere, la diminuzione dei parlamentari il governo potrà pur trarre un sospiro di sollievo ma al costo di un grave vulnus all’impianto complessivo istituzionale imposto dai pentastellati con l’ossessione della casta avallata dai pavidi pdini. Se preverrà il NO- rispetto al quale c’e’ da registrare proprio in questi giorni la generosa, prorompente, diffusa iniziativa dal basso in Calabria del Coordinamento NO al Referendum-il governo rischia, e non poco. Quanto alle Regioni forse sarebbe opportuno una riflessione che va ben oltre l’esito delle urne, e cioè: sono per davvero utili, necessarie?