La violenza verbale molto sottovalutata, ma è di una potenza che fa davvero molto male

di Rossella Palmieri

Al giorno d’oggi, spesso e sempre più di frequente ci troviamo di fronte ad un nemico invisibile, subdolo e viscido, ovvero la violenza verbale: una violenza spesso sottovalutata, ma di un urto e di una potenza che quando colpisce lo fa in maniera dura.

Naturalmente differenti sono i contesti ed i tipi di manifestazione della violenza del linguaggio.

Si può, infatti osservare un linguaggio violento nelle relazioni tra persone che hanno un contatto tra di loro, oppure essere di fronte a quello che viene comunemente chiamato “hate speech”, la diffusione incontrollata di odio, contenuti discriminatori, notizie false e/o la stessa esistenza di pagine Facebook che incitano all’odio (solo “piccole” gocce nell’enorme oceano di violenza insensata espressa sul Web e verso chiunque capiti “a tiro”)

Entrambi i tipi di linguaggio violento sono forme molto negative di aggressione con la differenza che quello agito nelle relazioni spesso non è così visibile e, proprio per questa motivazione, è più difficile che si verifichi un intervento nei confronti di ciò che sta accadendo.

Chi utilizza un linguaggio violento, spesso lancia la colpa all’altro di essere stato male interpretato, oppure afferma di non aver detto nulla di male o di non prendere sul serio ciò che lui stesso dice in preda alla rabbia. Contemporaneamente, però, chi subisce parole o frasi che feriscono, si riempie di cicatrici e la relazione che ha con l’altro si deteriora.  Quando si oltrepassa, infatti, la barriera del rispetto una relazione non sarà più la stessa ma la sensazione che si ha davanti a questo tipo di violenza è quella di sfrontatezza davanti ad un atteggiamento che scava nell’anima come “l’acqua, goccia dopo goccia, scava nella roccia”.

E poi, come abbiamo sopra scritto, ci sono coloro che vengono chiamati “haters”, i leoni da tastiera, coloro che utilizzano un linguaggio violento e pieno di odio, che passa sul web senza un minimo controllo. Parole scritte mentre si è nascosti da uno schermo, che esprimono disprezzo, che incutono timore alle vittime, che rappresentano l’apice della discriminazione, e che dilagano, senza freni sul web.

A volte commentano insultando, a volte il linguaggio utilizzato è espressione di manie e morbosità, vero è che le parole utilizzate risultano viscide e ignobili ed è certo che chiunque può finire nel mirino di un hater.

Questi leoni da tastiera, nascondendosi a distanza dietro uno schermo, si sentono meno responsabili di quello che dicono e fanno. Sta di fatto che nascondono le loro frustrazioni e la loro insicurezza, per sentirsi più forti, per la loro autostima e che, in realtà, sono vittime loro stesse della paura che hanno, della loro scarsa cultura, della mancanza di empatia.

È facile comprendere che spesso le parole violente scritte nell’immediatezza, sono colme di sentimenti di rabbia intima e personale che non hanno una relazione diretta con il “soggetto mira” degli insulti: spesso è solo il pretesto per liberare frustrazioni, rabbie, insoddisfazioni covate altrove. Molte volte si dà sfogo a pregiudizi collettivi perché comunque anche l’aggressività cerca consenso ed adesione ad un gruppo ideale con i cui valori (in questo caso negativi) identificarsi. Altre volte, invece, il proporsi aggressivamente è una scintilla per innescare un’escalation di reazioni: e “se innesco una serie di reazioni violente vuoi che io non sia potente?”

Per ovvie ragioni di investitura di responsabilità, essere aggressivi in rete è più facile, ma con un linguaggio violento e diretto quello che sembra venga a mancare è uno spazio intermedio in cui riflettere: ciò che è necessario è esprimere la propria opinione e commentare subito.

Bisognerebbe, invece, sempre ricavarsi uno spazio di pensiero e di conoscenze: immaginare scenari in cui soppesare cause e conseguenze delle azioni e delle parole.

E per fare ciò? Per ricavarsi uno spazio in cui pensare cosa è necessario fare? O meglio, che tipo di persona bisogna essere?

Naturalmente empatica, coscienziosa, con una buona autostima e con un pensiero autenticamente personale ed una visione del mondo positiva … insomma bisognerebbe essere uno di quegli individui che non utilizzerebbero un linguaggio violento e che, al contrario, si adopererebbe per dar vita a processi di delegittimazione della violenza che, oggi, si mostra sempre più spesso senza argini.