Cinquant’anni dopo le ribellioni (un’epoca ormai giurassica) il sud continua a pagare

di Giuseppe Mariconda

Cinquant’anni dopo. Chiariamo subito: chi scrive, come tanti tra coloro che leggono, sa benissimo che gran parte dei mali del sud hanno radici antiche, ma non per questo intende affrontare il tema dei disagi sfociati

La protesta di Battipaglia

in ribellioni (spontenee o pilotate) denunciando ora analogie, cause ed effetti con il passato. Sopratutto per un motivo fondamentale: è cambiata un’ epoca e i cinquantanni appaiano più “giurassici” che reali.

Dunque: Battipaglia, in piazza per l’occupazione; Caserta per la passione calcistica; Reggio Calabria per il prestigio del campanile. Tre drammatici fatti che hanno segnato la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Nessuna analisi sociologica, culturale o politica, soltanto il semplice racconto ( o meglio una breve sintesi)  degli avvenimenti. E ciascuno in cuore e mente propria può poi paragonare, dedurre, analizzare. E trarre conclusioni.  Al cronista, che ha vissuto in  prima persona gli avvenimenti, il compito di restare soltanto un “testimone del tempo”.
Battipaglia 9 aprile, e se non  ricordo male, un mercoledì dopo Pasqua. Una Pasqua tristissima perché la Saim (società agricola industriale del Mezzogiorno) aveva annunciato la chiusura dei due stabilimenti industriali che si occupavano di  produzione di tabacco e zucchero. Tra i trentamila abitanti della città, in provincia di Salerno, non c’era famiglia che non avesse almeno un componente che lavorava in una delle due aziende. Un reddito garantito e prospettive di un discreto futuro. L’annuncio della dismissione fu un colpo durissimo, che impegnava amministrazione comunale, oltre i sindacati, a far fronte comune contro la decisione. Un incontro a Roma, molte speranze, tanti impegni, ma esito negativo, quindi sciopero generale. Tutti in piazza, almeno diecimila persone che sfilano in corteo. La polizia, affluita in forze e in assetto anti-sommossa presidia le strade. La carica parte, violenta, quando la testa del corteo tenta di raggiungere lo scalo ferroviario. Scontri terribili. Cariche a ripetizione e anche colpi di pistola: due morti.Teresa Ricciardi, una professoressa raggiunta da un proiettile mentre era affacciata alla finestra di casa, e Carmine Citro, un giovane di 19 anni. Circa 200 i feriti. In fiamme autoblindo e camionette della polizia costretta a ritirarsi. I partiti tentano una mediazione, ma si rischia uno scontro sociale e politico con aggressioni anche fisiche.
In Parlamento il ministro Franco Restivo, dice che “gli avvenimenti devono essere considerati nel quadro di una situazione economia e sociale divenuta difficile…”. 
E, da allora, praticamente rimasta tale.
Esattamente cinque mesi dopo a Caserta giunge la notizia che i giudici sportivi hanno cancellato la promozione della squadra di calcio  in serie B per un presunto illecito sportivo. La giunta comunale, riunita d’urgenza, con un comunicato, “invita la cittadinanza a manifestare con tutti i mezzi consentiti lo sdegno e la protesta più viva avverso il grave e farsesco provvedimento di cui chiede l’annullamento”.
L’invito è accolto immediatamente  e prima ancora che arrivino i rinforzi di polizia da Foggia cominciano i blocchi stradali. In città non si entra e non si esce: soltanto un camion carico di pietre , forse dell’imprenditore edile che è anche presidente della squadra, riesce a superare gli sbarramenti. E quelle pietre diventano proiettili e barricate. Stazione ferroviaria bloccata, caselli autostradali chiusi. Summit durante la notte ed il giorno successivo a fare le spese della “rabbia” sportiva di una intera città, qualche negozio del centro, il Provveditorato agli studi, qualche scuola e sopratutto i giornalisti, responsabili di aver raccontato della inchiesta e del provvedimento. Centinaia di milioni di danni, qualche giorno di tensione, esattamente tre, appelli alla calma, tra cui quello di Gianni Rivera, poi con la promessa che la sentenza sarebbe stata “rivisitata” il ritorno alla normalità. Per la cronaca la sentenza fu confermata ma l’anno successivo, se non ricordo male, la Casertana fu promossa  in serie b. Un risultato conquistato sul campo, ma durato qualche breve stagione.

I moti di Reggio Calabria

L’anno successivo, 1970, con il varo delle Regioni, i “moti di Reggio Calabria”. Tre le province allora. Storicamente non esisteva il capoluogo anche se Reggio, tacitamente era considerato il centro della Calabria Ulteriore, mentre Cosenza era Calabria Citeriore. Adesso senza voler approfondire la storia, contestabile da chi è più esperto e magari ha anche studiato e fatto ricerche su testi antichi, resta il  fatto che si deve scegliere e i reggini non ammettono discussioni: “boia chi molla” diventa lo slogan per contestare la scelta di Catanzaro. Dieci mesi di assedio con carri amati sul lungomare più bello del mondo. Sei morti, decine di feriti, danni inestimabili; decisione finale:giunta regionale a Catanzaro, sede del consiglio a Reggio Calabria.
A 50 anni di distanza il crollo del tetto della sala Calipari nel palazzo della regione a Reggio, per fortuna vuota, ha fornito l’occasione per riavvolgere il nastro degli avvenimenti a Matteo Cosenza, autorevole, esperto e colto giornalista, già direttore del “Quotidiano di Calabria”.
“Dal compromesso che fornì una via di uscita è rimasto soltanto l’istituzione dell’Università della Calabria… su quanto accadde nella piana di Goia Tauro è meglio stendere un velo pietoso: del centro siderurgico e dei 30 mila posti di lavoro non è rimasto nulla, salvo il porto, la distruzione di sterminate aree coltivate ad aranceti e affari per la ‘ndrangheta”. Amara la conclusione: la difficile esistenza della nuova istituzione con due gambe a 150 km di distanza l’una dall’altra. In pratica il fallimento di una istituzione che avrebbe dovuto garantire sviluppo equilibrato e riduzione delle distanze tra Nord e Sud.