Delitti d’estate, crimini stagionali che non devono diventare spettacolo

di Letterio Licordari

Secondo Pierfrancesco Diliberto, scrittore, attore e regista palermitano noto al pubblico con lo pseudonimo “Pif”, “la mafia uccide solo d’estate”.

E’ questo il titolo di un film (divenuto poi una serie tv per la Rai) del 2013, nel quale vicende personali dei protagonisti si intersecano agli omicidi eccellenti in Sicilia negli anni dell’escalation della mafia. Morirono d’estate,

per mano della mafia, Paolo Borsellino e la sua scorta, Antonino Cassarà, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Boris Giuliano, e alla fine dell’estate Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mauro De Mauro, don Pino Puglisi, Mauro Rostagno, Libero Grassi, Rosario Livatino, Lenin Mancuso e tanti, troppi altri, noti e meno noti. Ma la mafia (anzi, le mafie, perché d’estate vennero uccisi, tra gli altri, anche il giudice Antonino Scopelliti, Giovanni Losardo e Giuseppe Valarioti in Calabria e il giornalista Giancarlo Siani in Campania) non aveva stagionalità. Però, Diliberto nel 2013 non era al corrente di uno studio del “BJS – Bureau of Justice Statistics”, agenzia governativa statunitense, pubblicato nel 2014, secondo il quale, ad eccezione della rapina e del furto d’auto, i crimini violenti aumentano sensibilmente durante l’estate.

Il tragico recente fatto di cronaca che ha interessato i media e attirato l’attenzione della gente, riguardante la scomparsa prima e poi la morte della dj torinese trapiantata in Sicilia, Viviana Parisi, e del piccolo Gioele, ripropone il leit-motiv dei delitti d’estate (o comunque fatti di cronaca sanguinosi) e dei tanti misteri che li hanno caratterizzati e continuano a caratterizzarli. Un non trascurabile numero di fatti di sangue, divenuti noti anche al di fuori dell’Italia, enigmatici, a volte assurdi, e spesso senza colpevoli, si è verificato – prendendo a riferimento l’ultimo mezzo secolo – tra i mesi di giugno e di settembre.

Il delitto d’estate forse più noto e misterioso è quello di Via Poma. Accadde nel 1990. Simonetta Cesaroni era una giovane impiegata dell’AIAG (Associazione alberghi per la gioventù) e venne trovata uccisa nell’ufficio in cui lavorava, a Roma, in Via Poma al civico 2, con 29 coltellate, dalla testa ai piedi. Era il 7 agosto. Per questo delitto ci sono stati ben 5 uomini accusati del delitto, dal portiere al datore di lavoro al fidanzato, ma tutti furono scagionati dalle accuse, ma venti anni dopo, nel 2010, il portiere dello stabile, Pietro (o Pietrino) Vanacore, si suicidò nel mare di Taranto, un suicidio che invece di chiarire i fatti ha incrementato i tanti dubbi sull’intera vicenda per l’atipica dinamica con la quale è avvenuto.

Il delitto Casati Stampa, invece, risale all’agosto del 1970. Catturò l’attenzione degli italiani, anche per via della notorietà dei personaggi e degli impensabili intrecci perversi di vittime e colpevole: Camillo Casati Stampa di Soncino, appartenente a una delle più antiche famiglie nobiliari milanesi, uccise la moglie, Anna Fallarino, e il suo amante, Massimo Minorenti, prima di suicidarsi. Si scoprì che la relazione tra le vittime era approvata dal Casati Stampa, che assisteva da voyeurista agli incontri tra gli amanti.

Nel giugno del 1983 venne trovata uccisa nel suo appartamento, a Bologna, Francesca Alinovi, critica d’arte, curatrice e ricercatrice italiana del DAMS, con 47 coltellate: si disse, al termine di un festino con droga party. Fu condannato un giovane artista che frequentava casa Alinovi, come molti altri intellettuali, Francesco Ciancabilla (dichiaratosi sempre innocente), che venne poi arrestato nel ’97 in Spagna. L’omicidio sconvolse i benpensanti proponendo una visione particolare del mondo accademico della dotta Bologna.Non solo questi. L’elenco è alquanto corposo, ma tra i più noti quello del “delitto del catamarano” la cui vittima fu la trentunenne skipper pesarese Anna Rita Curina, avvenuto nel 1988, quando il corpo senza vita venne trovato imbrigliato nelle reti di un peschereccio al largo di Senigallia (ma in quel caso il colpevole, si trattava del compagno, venne condannato all’ergastolo). Sempre nel 1988, era il 26 luglio, l’uccisione della giovane Roberta Lanzino, divenuta poi icona delle battaglie sulla violenza alle donne, sulla vecchia statale della Crocetta tra Rende e Paola, in Calabria, delitto che è ancora irrisolto e che ha alimentato moltissimi dubbi nella fase investigativa e giudiziaria. E’ del 1993 il delitto di Clusone, nel bergamasco, la cui vittima, Laura Bigoni, ventitreenne, venne trovata accoltellata su un materasso incendiato, delitto che è tuttora senza colpevoli perché l’ex fidanzato, condannato in primo grado, venne poi assolto. E poi ci sono fatti più recenti, come la morte della studentessa bresciana Elena Lonati, nel 2006, il cui cadavere venne trovato avvolto in sacchi di plastica all’interno di una chiesa a Mompiano, e per il cui omicidio venne condannato un sacrestano cingalese, mentre un anno dopo, nel 2007, l’omicidio di Chiara Poggi, una ragazza che venne uccisa a Garlasco, nel pavese, con il cranio fracassato: principale sospettato e indagato il fidanzato Alberto Stasi, condannato a 16 anni di reclusione, anche se è recente la revisione del processo. Infine, per non fare un vero e proprio elenco dei delitti estivi, quello di Avetrana, quello in cui la giovanissima Sara Scazzi venne assassinata in un contesto familiare e sociale noto a tutti perché, ancora oggi, interessa l’opinione pubblica attraverso i programmi-show delle tv che superano i limiti del rispetto dei protagonisti dei fatti ma, soprattutto, della gente comune,  attratta sempre di più da un giornalismo barbaradursesco che deve fare audience passando sui “cadaveri” (ovviamente, nel senso metaforico) attraverso il toto-colpevole e i presunti scoop, specie se legati a sesso, violenze e voyeurismo, o a miserie e nobiltà. Ha ragione Carlo Verna, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, quando afferma, riguardo al caso Parisi, che  “la prima cosa che va fatta è rispettare il dolore che questa tragedia comporta” e che determinate modalità del fare informazione “non appartengono a buona televisione e buon giornalismo”.