Incomincia la scuola, come ogni anno. Sarà sempre uguale a sé stesso?

di Massimo Veltri

Per quante fotografie ci siano in giro, non poche, nessuna serve a darmi una se pur pallida idea di chi fossero stati nel tempo i miei compagni di banco.

Nessuno, non me ne ricordo nessuno, né se fossero gli insegnanti a scegliere e con quale criterio o noi in base a qualche alchimia casuale.

Cinque più tre più ancora cinque, asilo a parte: tredici anni in cui ci siamo spartiti ore, complicità, sostegno e confessioni, scherzi e commozioni. I banchi me li ricordo, tutti perché tutti uguali a un banco prototipo post bellico: sgangherato, scorticato, scolorito, scomodo, mai a uno però, sempre biposto. Segno che la condivisione, il messaggio di socializzazione è diretto ed esplicito, fattuale: a scuola per stare insieme, a contatto. E gli insegnanti giravano banco per banco sopratutto agli scritti, temi o dettati o problemi che fossero, per sorvegliare che le scopiazzature non fossero tanto clamorose. Le lavagne, le palestre, le ore di religione ancora fanno parte di un lessico ricorrente, figurano in canzonette e in romanzi, è il nostro substrato esistenziale.

Presentai un disegno di legge sull’università a distanza, prima ancora partecipai a innumerevoli dibattiti e convegni sul web, sulla formazione da remoto, mi immersi il più subitaneamente possibile nell’irrompere irreversibile del digitale e della comunicazione immateriale ma con dentro sempre ben presente l’esigenza o meglio l’insostituibilità’ del vis-a-vis, retaggio certamente dell’essere uomo del secolo scorso.
Agli esami di stato, esattamente cinquantacinque anni fa, ossia più di mezzo secolo orsono, passai la copia di tutti gli scritti a ben oltre la metà dei miei compagni (a quasi tutto il resto provvedette un altro compagno). E non me ne pentii allora come adesso. Fui complice o artefice di un imbroglio, partecipai attivamente a far avanzare chi non lo meritava? Si’, si può in tutta sincerità rispondere affermativamente, ma prevalettero, questa è la lettura a posteriori che ne faccio, l’istinto e la determinazione del riequilibrare scompensi sociali e ritardi formativi, l’’obbligo’ di solidarietà amicale, l’appagamento derivante dal sorriso dei miei compagni.
Io andavo a scuola molto volentieri, motivato non solo dalla innata curiosità dell’apprendere, del sapere, ma anche e in egual misura dal piacere, dal valore che derivavano dallo stare assieme. Eppure provenivo da una famiglia allargata molto numerosa, affiatata, serena: non dovevo certamente ricercare forme compensative. L’unico cruccio che ho è che sempre le mie classi sono state esclusivamente maschili: non è cosa da poco nella possibilità di approcciare ed esplorare l’altra metà del cielo. Mi è costato un training d’altro tipo, originale per molti aspetti ma pure interessante e nel complesso fruttifero.

Fra due-tre settimane riaprono dopo sette mesi le scuole e c’è più di uno che chiede: Ma che fa se si rinvia un altro poco. Qualcunaltro: O in sicurezza o niente. E: Meglio a distanza. I banchi, poi, a vederli sembrano navicelle spaziali, rigorosamente monoposto.
L’uomo del futuro è qui, di fronte all’uomo del passato.  Niente sarà come prima.