Sì alla legge che vieta agli evasori di partecipare agli appalti pubblici

di Paolo Pagliaro

La pandemia ha reso un po’ meno popolare l’evasione fiscale, che l’Italia – a differenza degli Stati Uniti e di altri paesi – considera ancora un peccato veniale, quasi una forma di autodifesa contro la presunta invadenza dello Stato.

Merita dunque un plauso il Senato, che la scorsa settimana ha approvato una legge che vieta a chi non paga le tasse o i contributi previdenziali di partecipare alle gare per ottenere un appalto pubblico.

E’ una delle novità previste dal decreto semplificazioni, che dopo il sì di Palazzo Madama ora è in attesa del via libera della Camera. E’ una misura che potremmo definire di sinistra, come altre volute da questo governo, ma che ci è stata chiesta anche dall’Unione Europea ed è stata adottata, prima che lo facessimo noi, da Papa Francesco, che in giugno aveva escluso gli evasori fiscali dalla possibilità di ottenere un appalto vaticano. La nuova norma causerà molti malumori e prevedibili contenziosi, perché per l’esclusione dagli appalti non si richiedono accertamenti definitivi e pronunce di terzo grado, con i consueti tempi biblici, ma ci si accontenta della constatazione di un’evasione palese.
La legge risponde al bisogno di equità che la pandemia ha fatto sentire più urgente a molti italiani. Anche se non ne parla più nessuno non è stato ancora metabolizzato lo scandalo di chi, pur guadagnando quindicimila euro al mese, ha chiesto e ottenuto il sussidio Covid. Uno scandalo che ha coinvolto parlamentari e amministratori regionali, ma anche una nutrita rappresentanza di quella che per pigrizia chiamiamo società civile.