Razzismo e negazionismo tra passato e presente. Nel 1970 Nicolò Carosio perse il posto

di Letterio Licordari

Razzismo, un termine che ricorre quotidianamente e che è strettamente legato all’odio e alla prevaricazione in genere, modificatosi fermamente nel tempo quale fattore determinante di discriminazione sociale.

Lo vediamo con il fenomeno migratorio, lo vediamo finanche nello sport, lo vediamo attraverso crude e antipatiche espressioni nei confronti di un

sud dell’Italia considerato (a torto, naturalmente) “parassita” ma che in realtà è un serbatoio di risorse sfruttate altrove. Lo vediamo da anni attraverso lo sfruttamento del patrimonio energetico e non degli stati africani e sottosviluppati in genere, come se il colonialismo continuasse ad esistere.

Ovviamente, sull’argomento si potrebbero scrivere dei tomi, ma basta soltanto rammentare che la razza umana è una sola e che la storia ci propone fatti inconfutabili, in un contesto neo-negazionista che prima disconosceva il crimine della Shoah e ora gioca con la riscrittura della storia attraverso autori “pericolosi” che propinano un neo-borbonismo che fa presa sul popolicchio e gioca, altresì, finanche sul Covid!

Un po’ di storia (quella ufficiale, documentata) non può che fare bene: nel 1938 in Italia venivano promulgate le “leggi razziali”. In occasione del discusso ritorno in Italia della salma di Vittorio Emanuele III°, nel 2017, da più parti è stato sottolineato che l’allora Re d’Italia le aveva irresponsabilmente firmate, dando corso a uno dei più crudeli atti contro l’umanità, emulando quelli già avviati dalla Germania di Hitler. Il 13 marzo del 1938, difatti, l’esercito tedesco aveva occupato l’Austria  alimentando nel successivo mese di ottobre lo sdegno della popolazione nei confronti del popolo ebraico, con la distruzione delle loro case e delle sinagoghe.

Frattanto, in Italia era uscito un documento importante, propedeutico alla promulgazione di provvedimenti analoghi a quelli dei tedeschi, con il “Manifesto della Razza”, originariamente pubblicato in forma anonima sul Giornale d’Italia del 15 luglio 1938 con il titolo “Il Fascismo e i problemi della razza”, di seguito ripubblicato sul numero uno della rivista “La difesa della razza” il 5 agosto 1938 e sottoscritto da 10 scienziati vicini al regime, in cui si legge, tra l’altro: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico.”

I provvedimenti, in forma graduale, vennero formalizzati con un iniziale Comunicato della Segreteria Politica del PNF del 25 luglio 1938 (“Il Fascismo e il problema della razza”) e con successivi R.D.L. , tra i quali quelli del 5 settembre (“Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola”), del 23 settembre (“Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica”), del 17 novembre (“Provvedimenti per la razza italiana”), del 29 giugno ’39 (“Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica”).  I punti fondamentali delle “leggi razziali” contro gli ebrei emanate dal regime fascista in Italia erano costituiti dai principi in base ai quali “la razza è una massa di uomini simili per caratteri fisici e psichici che furono ereditati e continueranno a ereditarsi”, “la razza italiana è ariana”, “le razze non sono tutte uguali, vi sono differenze fisiche e spirituali”, “la razza ariana è superiore, avendo la missione di civilizzare il mondo, e di farne incessantemente progredire la civiltà”, e tanti altri, isterici e tristemente  noti, con una serie impressionante di prescrizioni. Questi provvedimenti rimasero in vigore per tutta la durata del conflitto, sino alla caduta della Repubblica di Salò! Furono abrogati con i Regi Decreti-Legge del gennaio 1944, emanati durante il Regno del Sud.

Ancorché rivolte all’aspetto biologico, le leggi non colpirono solo gli ebrei, discriminando gli omosessuali, gli zingari, i massoni, i dissidenti politici, socialisti in primis. La determinazione e l’esaltazione con le quali il regime fascista intese applicarle non concedettero sconto e dialogo neppure con il Vaticano, considerato che l’allora pontefice Pio XI° (Achille Ratti) ne apostrofò in più occasione i contenuti, concludendo che “miseros facit populos peccatum”(“il peccato segna il declino dei popoli”)  scatenando l’ira di Mussolini per la mancata “compiacenza”.

Iniziò così anche in Italia quella immane tragedia che portò alla deportazione e all’eliminazione fisica di ebrei e minoranze assimilate, la più crudele e folle di sempre. Il razzismo, un problema ancora attuale, abbattuto formalmente anche negli Stati Uniti e in Sudafrica, si ripropone con forza anche nella nostra “civiltà” europea, come constatiamo ogni giorno, e può scatenare pericolosi rigurgiti che potrebbero facilmente e pericolosamente attecchire in una realtà populistica e discriminatoria. Ecco perché bisogna mantenere sempre attiva la memoria, affinché gli anni e la (presunta) “civiltà” non siano trascorsi invano. Peraltro, negli atti concreti, il fenomeno non è sanzionato se non attraverso le indignazioni della gente comune: di razzismo non si può parlare liberamente in Parlamento, ne va del mantenimento da parte di tutte le forze politiche delle posizioni che assicurano voti.E dire che in tempi non lontani, ma neppure troppo vicini, usare termini umilianti nei confronti della gente di colore poteva far perdere il lavoro: capitò a un personaggio noto, notissimo agli appassionati di calcio, il telecronista Nicolò Carosio, che nel corso di una gara tra Italia e Israele ai mondiali del 1970 in Messico (che per lui fu l’ultima commentata dopo una lunga carriera di cronista prima per la radio e poi per la tv) definì in maniera spregiativa un guardalinee etiope reo di aver provocato l’annullamento di una rete per l’Italia e la Rai non esitò, anche in forza delle lamentele della diplomazia etiope, a mandarlo a casa. In seguito i fatti vennero sensibilmente ridimensionati, ma Carosio rimase marchiato a vita da quella intemperanza razzista (o presunta tale).