Violenza alle donne. Cambi l’approccio culturale e fondi certi. Ora più prevenzione

di Antonella Veltri

Tra le femministe circola una battuta, riproposta dai social a ogni tentativo di limitare il diritto delle donne alla salute e alla vita, ovvero l’accesso all’interruzione di gravidanza. Dice: “Se ad abortire fossero gli uomini, l’aborto sarebbe un sacramento”.

Ecco, se a essere uccisi dalle loro partner fossero gli uomini – succede a una donna ogni 72 ore in media in Italia secondo l’ISTAT – possiamo stare certe che sarebbero dispiegate misure imponenti per prevenire questa mattanza.

59 in tutto le donne ammazzate da gennaio ad oggi. “Cinque vittime in due giorni, una donna uccisa ogni dodici ore. Sei in una settimana. E il corpo di un’altra trovato a più di un mese dalla sua scomparsa. Un massacro”, sentenziava il Messaggero il 31 gennaio scorso. A gennaio le donne uccise sono state in tutto 14. Nei mesi successivi si oscilla tra 4 e 10 ogni mese.

Ma non ci sono solo i femminicidi.

C’è anche chi decide di accanirsi sui/lle figli/e per colpire la moglie che osa decidere di separarsi. Mario Bressi, 45enne di Margno, il 27 giugno ha ucciso entrambi i figli, gemelli di 12 anni, mentre erano con lui per il fine settimana. Li ha strangolati nel sonno a mani nude, annunciando alla moglie con dei messaggi WhatsApp la sua vendetta definitiva tra le 2 e le 3 di notte. Poi si è tolto la vita. Condannando la donna, Daniela Fumagalli, a un inferno di dolore per tutto il resto dei suoi giorni.

Il Servizio analisi criminale interforze a giugno scorso ha provato a fare un po’ di calcoli e l’ha scritto nero su bianco: mentre durante il lockdown è calato in maniera significativa il numero degli omicidi, quello dei femminicidi è rimasto stabile rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il totale degli omicidi volontari nei primi sei mesi dell’anno è sceso dai 161 del 2019 a 131, ma il numero di donne uccise è addirittura salito da 56 a 59. “Mentre nel 2019 le vittime donne costituivano il 35% degli omicidi totali, nel 2020 l’incidenza delle stesse si attesta al 45%”.

Non rassicura né consola, ma preoccupa, eccome, il fatto che restino stabili, o appena in leggera flessione, i così detti “reati spia”: maltrattamenti in famiglia, minacce, lesioni personali e percosse.

Ovvero tutti quei comportamenti violenti che hanno per teatro le mura domestiche e per contesto le relazioni di coppia o la famiglia. Reati che spesso, anche se i giornali si ostinano a non raccontarlo se non sporadicamente, precedono il femminicidio, susseguendosi magari per anni in quella che le attiviste e operatrici dei centri antiviolenza chiamano “la spirale della violenza”.

Per giunta questi conteggi tengono conto solo delle denunce e degli interventi delle forze dell’ordine. La punta dell’iceberg.

Chi lavora in un centro antiviolenza sa benissimo che si tratta solo di una minima parte delle donne che subiscono violenza. Tantissime donne infatti non denunciano. Perché?

Non certo perché siano inette, stupide, incapaci. Non immaginate nemmeno il numero di volte in cui una donna vittima di violenza ha meditato questo passo. E poi ha deciso che no, meglio lasciar perdere, meglio provare a resistere. Perché?

Perché le donne vogliono soprattutto “che la violenza finisca”, e per questo il passo fondamentale è separarsi dal maltrattante. Dunque decidono per una causa civile. Che non va liscia se la coppia ha figli e l’uomo prova a usarli per mantenere un controllo sulla donna attraverso l’affido condiviso. Allora inizia il calvario di CTU (Consulenze Tecniche d’Ufficio), perizie e controperizie, con le accuse di manipolazione, alienazione parentale (PAS), attaccamento morboso e tutto il contorno di formulette per screditare la capacità genitoriale della madre, per sottrarle in figli.

“Non te li farò più vedere”, è una minaccia tipica per impedire alle donne di separarsi.

Soprattutto le donne ormai sanno benissimo che denunciare significa imbarcarsi in processi dalla durata imprevedibile, 6-8 anni, senza la garanzia di misure di protezione immediate.

Durante il lockdown abbiamo assistito al plauso al Procuratore di Trento che aveva detto che avrebbe provveduto immediatamente, in caso di violenza domestica,  all’allontanamento del coniuge violento. Una disposizione che esiste dal 2003: salutata come una novità assoluta, tanto raramente viene applicata.

Marianna Manduca aveva denunciato il suo compagno, padre dei suoi 3 figli, ben 12 volte. Alla fine lui l’ha uccisa. E i magistrati di Caltagirone si sono giustificati per la mancata protezione sostenendo che l’uomo era così determinato a ucciderla che l’omicidio non poteva essere evitato. Ci è voluto un’altra causa arrivata fino in Cassazione, perché la magistratura confermasse il risarcimento ai figli di Manduca “per grave inadempienza dello Stato”.

E poi, troppo spesso, nei processi per violenza sono le donne, le vittime, a essere messe sulla graticola, a essere sottoposte a interrogatori giudicanti, moralistici, paternalistici, a essere incolpate di aver “provocato la violenza”. Si chiama rivittimizzazione secondaria. Questa volta sono le istituzioni stesse a fare o consentire l’ennesima violenza su donne stremate.

Lo stesso fanno i media, che continuano a cercare e proporre “colpe” della donna per “spiegare”, giustificare e condonare il gesto dell’uomo. Al limite, è stato “un raptus”.

La misura di protezione “attiva” dal femminicidio è l’accesso a un percorso di fuoriuscita dalla violenza in un centro antiviolenza. Un percorso finalizzato all’autonomia, al recupero della fiducia in sé, alla libertà, strutturato nella relazione tra donne, supportato da esperte – avvocate e non solo – per affrontare quello che tante donne definiscono “il calvario per ottenere giustizia”.

Nei soli centri della rete D.i.Re sono accolte ogni anno circa 20.000 donne, a fronte di circa 120 femminicidi. Per molte di loro significa evitare di diventare l’ennesimo titolo sul giornale, l’ennesimo femminicidio in cronaca.

Le donne che lavorano nei centri antiviolenza da anni chiedono un cambio di passo: misure di protezione immediate, processi penali brevi, processi civili di separazione affidati a magistrati/e formati/e sulle dinamiche della violenza di genere, definitiva messa al bando della PAS, riforma delle CTU, rafforzamento del sistema dei centri antiviolenza con risorse stabili e programmate sul lungo periodo, ripartite secondo criteri omogenei sul territorio nazionale.

Di fatto chiedono la piena attuazione della Convenzione di Istanbul, in vigore dal 2014.

Ma ciò che nel tempo potrà portare a una reale contrazione degli episodi di violenza maschile sulle donne è, come ripetono le femministe da decenni, un lavoro di tipo culturale: nei media, nelle scuole, da iniziare fin dall’infanzia. Solo così l’autonomia e la libertà di scelta delle donne saranno riconosciute e accettate come “normali”, non come un affronto al potere maschile da lavare con il sangue.