Nuotiamo tra anglicismi e frasi calate dal web. Ma è sufficiente parlare come si mangia

di Bruno Gemelli

Nuotiamo tra anglicismi. Per dire: T-SHIRT in italiano si può tradurre come “maglietta“, ma la parola inglese è frequente tanto quella italiana. Imperversa il social network, le famosissime “reti sociali“,

in cui sguazza il gergo del terzo millennio. In ogni campo, argomento, situazione. Nel giornalismo, il settore che conosco un pochino, ci sono stati dei maestri, che hanno inventato un genere letterario riconosciuto e riconoscibile.

Anche la Calabria ha avuto un maestro di scrittura: Giovanbattista Foti, sidernese, Titta per tutti. Era genio e sregolatezza. Intelligente, creativo, bizzarro. Fumatore incallito e giocatore di poker allo stadio terminale.

Foti, originario di Guardavalle, non consumò il suo cursus honorum nel recinto periferico della Calabria. Egli, cresciuto alle idee di Bakunin e Malatesta, fu un dirigente anarchico di primo piano – e questo spiega il suo carattere ribelle – tanto da essere riconosciuto come un protagonista del Congresso anarchico di Carrara del settembre 1945.

Fece parte di quella speciale schiera di grandi autori che percorse l’Italia a cavallo della seconda guerra mondiale. La figura di Foti richiama personaggi illustri del giornalismo italiano come Leo Longanesi, Curzio Malaparte, Ennio Flaiano, Gaetano Baldacci, Indro Montanelli, Vittorio Gorresio, Mario Pannunzio, Gianni Brera. Gente che abborriva i francesismi e l’esterofilia in genere, pur essendo uomini di mondo. Personalità che, pur professando idee diverse e contrapposte, avevano un minimo comun denominatore: l’insofferenza verso i cretini e verso il potere costituito dagli orpelli, che si manifestava in una coraggiosa libertà di esposizione. A loro modo tutti questi personaggi sono stati dei “frondisti”, ovvero viaggiatori controcorrente rispetto alle mode del momento, lisciando il pelo e ancor di più il contropelo alle abitudini codine degli italiani innamorati delle maiuscole.

Il più creativo era Ennio Flaiano, inventore di neologismi che i secoli non hanno ancora consumato. Uno dei primi libri che curò per Bompiani, la giovanissima  Elisabetta Sgarbi, fu il “Frasario essenziale per passare inosservati in società” di Flaiano. Un repertorio di frasi e di frammenti verbali – scrive l’abstract editoriale – «che, come suggerisce il titolo autografo, sembra voler dare testimonianza dell’opacità linguistica della società contemporanea. Un brogliaccio a cui lo scrittore attinge mentre lavora ad altri testi, utilizzandolo ad esempio per costruire la battuta di un personaggio o una mirabile pagina del racconto Oh, Bombay !, in “Il gioco e il massacro”. Qui un televisore portatile, improvvisamente fuori controllo, rovescia su un attonito spettatore queste (e altre) frasi che si succedono in ordine sparso, senza pause, in un vortice da cui sembra assente ogni significato. Ricollocate ora in una successione alfabetica che non è d’autore, ma che lo statuto del genere ‘frasario’ legittima, queste ‘voci’, accompagnate dal silenzio dello spazio bianco, si rivelano efficace esempio di quel “discorrere erratico” (la definizione è di Giorgio Manganelli), spesso indecifrabile, spesso tagliente e disincantato, che è segno distintivo della scrittura breve di Flaiano, capace di trovare nella misura del frammento un’arma contro l’insignificanza de vivere (Anna Longoni)».