L’Europa della finanza e l’Europa della politica. Il successo dell’Italia? Solo piccolo

di Pierangelo Dacrema

Si è fatto un gran discutere del Recovery Fund, sul cui esito – anche in termini di distribuzione delle risorse – sono stati espressi giudizi molto diversi.

Chi ha vinto, chi ha perso? Difficile a dirsi. In proposito non esiterei a parlare di un piccolo successo dell’Europa: piccolo ma significativo.

Non va negato neanche il successo dell’Italia, che è stato solo piccolo: piccolo e basta. Qualunque giudizio deve tener conto delle variabili che incidono sul contesto giudicato, e se è vero che fondi messi a disposizione dall’Ue per i Paesi membri garantiti dal suo bilancio sono una novità apprezzabile, è altrettanto vero che solo un governo imbelle avrebbe potuto ottenere meno di quanto ottenuto dal governo italiano alla luce di quanto è stata colpita l’Italia dalla calamità che ha dato spunto all’inedita emissione di Eurobond.

I giudizi, dicevo, non possono prescindere dal contesto. E se l’obiettivo di un’Europa economicamente e politicamente unita assomiglia a una bella utopia (che, non si fraintenda, proprio per questo deve sollecitare ogni sforzo per la sua realizzazione), l’Unione europea nella sua versione attuale, con tutti i sui Stati membri dotati del rispettivo peso politico, è un fatto acclarato e indubitabile. E in questo senso l’Ue, messa di fronte a un fatto grave come quello della peste moderna che l’ha investita, ha dato prova di esistere muovendo un passo in avanti. Mentre l’Italia non è riuscita, neanche questa volta, a entrare nel ruolo di protagonista, continuando a recitare quello di vittima (che, nella fattispecie, il destino ha voluto assumesse un aspetto molto sostanziale). Protagoniste sono state Germania e Francia – nulla di nuovo sotto il sole -, e coprotagonisti i cosiddetti “Paesi frugali” in qualità di “avversari” di un’Italia inadatta, anche per la sua rappresentanza governativa ibrida ed espressiva di un europeismo incerto e claudicante, a gettare sul piatto della bilancia tutto il suo peso di grande Paese fondatore dell’Europa. (Detto tra parentesi, non può che risultare bizzarra la posizione di un Paese chiaramente bisognoso d’aiuto che si ostina a rifiutare i preziosi miliardi di un Mes aggiustato in modo da non far paura a nessuno). 

Ciò premesso, hanno ragione le formiche del Nord dell’Europa o le cicale del Sud, delle quali il nostro Paese è il campione indiscusso? Si consideri che noi siamo cicale ricche, a livello privato, e molto indebitate a livello pubblico. Come evitare il sospetto che una spesa pubblica non sempre oculata abbia arricchito una più o meno vasta categoria di cittadini a spese dello Stato? Il problema, però, è abbastanza complesso da mettere in difficoltà chiunque simpatizzasse d’istinto per le formiche e volesse schierarsi totalmente dalla loro parte. Cerchiamo di capire.

  Un capitalismo e una politica mediocri (parlo dell’Italia) tendono a privilegiare l’obiettivo del mantenimento degli equilibri finanziari rispetto a quello della valorizzazione delle idee, con un’accentuazione di questa tendenza direttamente proporzionale sia alla forza delle idee che alla fragilità degli equilibri finanziari. Riescono poi a convivere con alti tassi di disoccupazione e grandi sacche di povertà, cioè con quegli equilibri economici di basso livello che già Keynes aveva sottolineato come potessero persistere nel lungo periodo senza essere “disturbati” – aggiustati verso l’alto – dalle forze di mercato. Un capitalismo e una politica deboli non investono abbastanza in istruzione e ricerca perché hanno un senso del pubblico opaco e un’insufficiente sensibilità per il futuro delle nuove generazioni che, comprensibilmente, reagiscono con apatia a un presente di effimero benessere materiale privo di prospettive interessanti sul piano economico ed esistenziale. Un capitalismo finanziariamente fragile e uno Stato molto indebitato danno grande potere al sistema bancario ma, indebolendosi, ottengono il fatale effetto di indebolire anch’esso. Il risultato è un sistema di equilibri precari difficili da mantenere, un’esistenza sul filo del rasoio, sull’orlo di un caos che può scatenarsi in qualunque momento, in prima battuta attraverso una generale confusione mentale – il crollo dell’economia virtuale, finanziaria, consistente nell’uragano di cifre che sconvolge il cervello di tutti –, e subito dopo con la crisi dell’economia reale, conseguente alle decisioni e ai comportamenti non sempre razionali che ne derivano.

Di una posizione diversa, preferibile, godono i Paesi più solidi sul piano finanziario. Ma è un vantaggio temporaneo, alla cui durata è posto un limite proprio dalle più sfavorevoli condizioni in cui si trovano i Paesi con i quali, per forza di cose, le nazioni economicamente più forti intrattengono relazioni politiche e commerciali. Gli scenari mutano, le cose cambiano, le posizioni si invertono. La storia ci insegna che debiti (e crediti) troppo ingenti danno origine ad ansie, incomprensioni, conflitti, a volte armati e sanguinosi. Sempre la storia ci racconta che, nella migliore delle ipotesi, il tutto potrebbe risolversi nella drastica decisione di una riformulazione dei rapporti, una vera e propria ripartenza costituita dall’azzeramento del debito (e del credito), e dall’automatica vanificazione della laboriosa e minuziosa attività contabile che aveva fatto crescere la montagna di numeri con la stessa cura con cui si aiuta un cucciolo a diventare adulto. Quando, giorno dopo giorno, i numeri si accumuleranno, sarà la loro stessa crescita a causare il trauma. Come le nubi che si addensano, i volumi dei debiti e dei crediti raggiungeranno la massa critica che causerà la deflagrazione, con una tempesta di intensità proporzionale all’entità della massa in gioco. Può darsi che, per mera fortuna, la tempesta non provochi danni ingenti, che si scateni in mare aperto, lontano dalle terre abitate. Diversamente, il maremoto mieterà tante vittime. Anche in questo caso le nubi si dissolveranno, e tornerà il sereno. Tutto tornerà come prima, tranne per chi sarà in lutto. Ci sono bufere che non risparmiano nessuno, neanche i Paesi “ricchi”. Che sbagliano a sentirsi immuni, difesi da barriere contabili che li proteggono in modo del tutto momentaneo e formale. In sintesi, se l’Italia fosse rappresentata da governi più autorevoli potrebbe ridurre lo svantaggio oggettivo costituito dal suo abnorme indebitamento e riuscire anche a “intimidire” i Paesi frugali sottolineando i limiti della loro virtuosità nonché del loro peso politico: Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Austria e Finlandia non raggiungono nel loro insieme neanche i cinque sesti della popolazione italiana, senza considerare che due membri del quintetto non hanno ancora adottato l’Euro. Anche per questo auspico l’avvento di una dirigenza politica italiana capace di dare lezioni di europeismo a tutta l’Unione europea.