La “Malpractice medica” al tempo del covid 19. Quali scenari potrebbero aprirsi

di Gemma Salfi

Li abbiamo chiamati eroi, qualcuno anche santi, ma nella varietà dei nomi dati a questi uomini e donne discepoli di Ippocrate, sorge una problematica che cambierà radicalmente anche lo scenario giuridico nazionale, alla luce dei drammatici eventi a seguito dell’esplosione Covid 19.

L’attuale emergenza virologica ha provocato nel personale sanitario, la preoccupazione che ne possa conseguire un’eccessiva ed infondata esposizione giudiziaria.

Alla luce di ciò, sono state presentate svariate e diverse proposte di emendamento al decreto “Cura Italia” (d.l. 17 marzo 2020, n. 18) che superavano tale pericolo tramite l’introduzione di norme dirette ad escludere o quantomeno limitare la responsabilità medica per eventi avversi alla salute dei pazienti colpiti dal Covid-19.

Fatta questa premessa, risulta inevitabile non doversi confrontare con il virus SARS-CoV-2 e la risultante patologia Covid-19: per quanto siano facili a diffondersi, sono purtroppo ancora poco conosciuti dalla medicina; a seguito infatti dell’enorme quantità di malati che nel giro di pochi mesi sono stati affetti dalla patologia, è risultato non al passo con i tempi sia il Sistema Sanitario Nazionale che il complesso delle strutture mediche. Infatti, le risorse necessarie ad affrontarlo, come gli apparecchi di ventilazione forzata ed i posti di terapia intensiva sono risultati carenti, oltre anche al personale medico specializzato nella materia come  infettivologi e rianimatori-intensivisti, ai quali è risultato miracoloso l’intervento di altri medici appartenenti ad altre specializzazioni, che si sono così trovati ad operare al di fuori degli ambiti della propria preparazione e per giunta senza copertura assicurativa.

Inoltre, a complicare lo scenario giuridico è l’assenza di linee guida clinico-assistenziali emanate ad hoc, che fa sì che appaia ingiusto ed inverosimile che al medico si possa rimproverare  il fatto di non essersi attenuto, come dispone l’art. 5 della Legge Gelli-Bianco, alle «raccomandazioni previste dalle linee guida».

Nonostante i vari spunti per nutrire sostegno e solidale comprensione nei confronti degli addetti ai lavori sanitari in questo preciso momento storico, vediamo quali possono essere i casi in cui al personale sanitario venga contestato un errore nell’esecuzione di trattamenti terapeutici su malati di Covid-19.

Un primo esempio potrebbe essere quello dell’errore e del ritardo diagnostico, in quanto va considerato che, a partire dalla mutabilità dei tempi di incubazione del virus, l’infezione da SARS-CoV-2 può essere riconosciuta da sintomi sufficientemente noti – benché poco specifici – ed è accertabile con metodologie di ricerca del morbo di principio affidabili.

Un altro caso in cui potrebbe affermarsi un principio di responsabilità medica è, poi, quello relativo alla mancata assunzione dei protocolli di sicurezza che mirano ad evitare la diffusione del virus all’interno dell’ospedale, posto che la concreta adozione di tali misure di prevenzione appare di per sé connotata da un quoziente di complessità e di aleatorietà sensibilmente inferiore rispetto a quello che caratterizza la somministrazione della terapia ai pazienti affetti dalla patologia.

Aldilà di quanto esposto finora, la situazione emergenziale a seguito di epidemia da Covid-19 non apre un varco verso la deresponsabilizzazione del sistema, ne tantomeno giustifica gli eventi dietro i quali si può nascondere una vera e propria negligenza medica; al contrario, come giurisprudenza e dottrina hanno ripetutamente affermato, “il medico chiamato ad operare in un contesto di criticità deve comunque fare tutto quanto rientra nelle sue possibilità per cercare di sopperire alle sfavorevoli circostanze in cui deve essere eseguito il trattamento e adottare, nei limiti in cui ciò sia tecnicamente possibile, quelle misure e quegli accorgimenti che siano in grado di porvi (totalmente o anche solo parzialmente) rimedio.[1]

Pertanto ed in conclusione, qualora si riscontri che il medico non abbia ottemperato a tale obbligo, o anche un qualsiasi operatore sanitario impegnato nel contrasto al Covid-19, questi dovranno risponderne come un qualsiasi altro professionista.

Fonti: IL RUOLO DELL’ART. 2236 C.C. NELLA RESPONSABILITÀ SANITARIA PER DANNI DA COVID-19 – Mirko Faccioli, Professore associato di Diritto privato – Università degli Studi di Verona.


[1] M. FACCIOLI, La responsabilità civile per difetto di organizzazione delle strutture sanitarie, Pisa, 2018, p. 135