Caso Fontana: quando la verità storica deve prevalere su quella giudiziaria

di Rino Muoio

Attilio Fontana, presidente della giunta regionale Lombardia, è indagato dalla procura milanese per frode in pubbliche forniture in concorso. Al centro dell’inchiesta, almeno inizialmente, una commessa di 75.000 camici e

altri presidi sanitari anti covid che la Dama spa, un’azienda governata dal cognato del governatore, Andrea Dini, e della quale la stessa moglie di Fontana detiene il 10 % delle quote, avrebbe dovuto consegnare ad ARIA Spa, la centrale acquisti della Regione Lombardia.

E’ un’inchiesta di Report, ma in verità ne aveva parlato Il Fatto Quotidiano già nell’edizione dell’8 giugno, beccandosi una querela da parte dello stesso presidente, a far scoppiare il caso che i magistrati milanesi assumono in pochissimo tempo come notizia di reato, con la conseguente apertura un fascicolo. In realtà, dell’interesse di Sigfrido Ranucci e della sua redazione, ì Fontana e compagnia si erano accorti già alcuni giorni prima, tanto da provare a fermare la messa in onda del servizio. La vicenda, dunque, diventa di dominio nazionale, ma soprattutto registra l’intervento della guardia di finanza su delega d’indagine che, confermandosi oramai centrale nelle attività investigative di ogni procura italiana, non ci mette molto, anche sulla base di una segnalazione di operazione sospetta avvenuta nell’ambito della legislazione antiriciclaggio, con particolare riferimento ai cosiddetti PEP, che sono i soggetti cosiddetti politicamente esposti, ad individuare un conto “scudato” svizzero, aperto, secondo quanto è stato pubblicato in questi giorni, nel 1997 dalla madre, dentista, del governatore Fontana, all’epoca settantaquattrenne, e sul quale sarebbe transitato molto denaro, fino ad un saldo attuale poco inferiore ai 6 milioni di euro. Ma non finisce qui. Lo stesso conto sarebbe stato poi trasferito sotto la proprietà di un trust alle Bahamas. E ancora: le fiamme gialle scoprono che dal conto medesimo, di cui Fontana avrebbe per procura piena disponibilità, nelle scorse settimane parte un bonifico (poi bloccato) di 250.000 euro a favore del cognato Andrea Dini, alla guida, come abbiamo detto, della società che doveva fornire i camici a Regione Lombardia. La somma spiegherà successivamente Fontana, era da egli riconosciuta al cognato a parziale risarcimento del mancato guadagno atteso per la vendita dei primi 50.000 camici in questione (gli altri 25.000 nel frattempo la finanza li trova in azienda a Varese) che avrebbe dovuto fare incassare alla Dama spa la cifra di 513.000 euro, come da fattura. Il fatto è che scoppiato il caso con la trasmissione di Ranucci, Fontana era intervenuto sostenendo che la fornitura dei camici doveva ritenersi una donazione che il cognato aveva inteso fare a Regione Lombardia a sostegno delle strutture sanitarie anti covid lombarde e che l’emissione delle fatture era solo il frutto di un malinteso tra la proprietà e l’amministrazione della società. Una tesi piuttosto suggestiva che tuttavia non ha convinto nessuno, tranne il segretario e i vertici della Lega, del quale partito Fontana è espressione. Questi più o meno i fatti che finora sarebbero stati accertati. Assumono questi stessi un rilievo penale? difficile prevederlo. La finanza concluderà le indagini e saranno i magistrati a valutare se ci sono gli elementi per chiedere un eventuale rinvio a giudizio o se il governatore della Lombardia ha agito in perfetta buona fede ed effettivamente non sapeva, come in queste ore testimonierebbe anche il capo della segreteria di Fontana ed ex compagna del segretario della Lega, Giulia Martinelli, dell’esistenza della commessa di Regione Lombardia alla Dama spa. E tuttavia, come sappiamo, c’è una verità giudiziaria, che deve occuparsi tecnicamente delle eventuali rilevanze penali, ma c’è anche una verità storica, che spesso in politica prevale, e che racconta dell’imbarazzo di Fontana non solo di aver fatto una dichiarazione mendace circa la presunta “donazione” dei camici da parte del cognato allo scopo di evitare possibili conflitti d’interesse, ma anche e soprattutto di fronte alla diffusione della notizia dell’esistenza di un conto svizzero a lui direttamente o indirettamente riconducibile, poi trasferito in un trust, con quasi 6 milioni di euro di saldo sottratti all’imposizione del fisco italiano. L’interesse di trattenere una cifra così importante fuori dall’Italia e per giunta in un trust, che notoriamente è uno strumento utile a nascondere la proprietà di ingenti capitali, se permette il governatore della Lombardia, lascia stupiti e indignati. In un qualsiasi altro paese dell’Unione europea dopo una vicenda del genere un politico non avrebbe esitato un attimo a dimettersi dalla guida della massima istituzione regionale, per rispetto ai propri elettori e ai tanti italiani che le tasse le pagano fino all’ultimo centesimo, sia pur tra mille difficoltà. E questo Attilio Fontana non lo ha ancora fatto. Se non la farà sarà poi compito degli elettori risolvere il problema, come democrazia vuole.