Stufe, combattive e resistenti: questa è la forza delle donne calabresi

di Antonella Veltri

Frequentemente mi chiedono: come sono le donne calabresi? Arrabbiate, mi verrebbe da rispondere. E anche stufe.

Stufe di ritrovarsi sempre agli ultimi posti delle classifiche nazionali quando si parla di occupazione e lavoro, per esempio, salvo non capacitarsi di come sia volata la giornata, perché in realtà lavorano moltissimo, dentro e fuori casa, ma il loro lavoro di cura continua a essere considerato semplicemente “un dovere”.

Stufe di crescere figli e figlie che poi si trasferiranno “al Nord”, sia esso il Nord d’Italia o d’Europa o del mondo, perché le opportunità di trovare un impiego che sia o meno corrispondente agli studi fatti, in Calabria, sono risicatissime. Soprattutto se si è una donna. E stufe di essere quelle figlie che magari tornano con una laurea in tasca, e poi si devono accontentare di un posto di lavoro “qualsiasi”, e meno male che è un lavoro.

Stufe di inventarsi l’ennesimo progetto, l’ennesima iniziativa culturale, l’ennesimo evento, festival, concerto, spettacolo, per restituire alla terra in cui sono nate la bellezza che hanno imparato a vedere e riconoscere “lavorando fuori”, per poi veder naufragare tutto di nuovo di lì a poco, quando “finiscono i finanziamenti”, cambia la giunta, o il consiglio comunale viene sciolto per l’ennesima infiltrazione della criminalità organizzata.

Sono arrabbiate e stufe, perché sono il 51 per cento della popolazione calabrese, ma in Consiglio regionale, su 28 consiglieri le donne sono solo 3, e non basta a modificare il peso di questa esclusione il fatto che una di loro sia la Presidente Jole Santelli, tanto più che la sua giunta su 7 assessori conta solo 2 donne.

Lo scorso anno le donne calabresi delle associazioni politiche e culturali si sono battute con giusta convinzione per l’applicazione della legge 20/2016 sulla doppia preferenza di genere, che impone alle Regioni di adeguare il proprio sistema elettorale prevedendo appunto la doppia preferenza, di cui una riservata al candidato di sesso diverso. Le loro richieste sono state accantonate con superficiale arroganza.

Sono resistenti, le donne calabresi. E resilienti. Non arretrano davanti alle difficoltà, guardano oltre i confini regionali, cercano alleanze e fanno rete. Questa è anche la mia storia personale, come attivista del centro antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza e come presidente di D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, la più grande organizzazione nazionale che si occupa di violenza contro le donne.

A chi oggi siede nelle istituzioni calabresi invio attraverso queste pagine il Position Paper “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino”, scritto da 68 esperte di diversa provenienza teorica e ambito di interesse, in rappresentanza di 45 diverse organizzazioni della società civile: associazioni femministe e femminili, ONG e sindacati, organizzazioni del terzo settore, un ampio gruppo di lavoro coordinato da D.i.Re.

Moltissime delle proposte in esso contenute – dal bilancio di genere ai servizi per l’infanzia e la cura delle persone dipendenti, dal supporto ai centri antiviolenza alla valorizzazione delle competenze femminili nella tutela dell’ambiente, dalla medicina genere-specifica alle politiche attive per il lavoro – sono tutte proposte che possono trovare attuazione a livello regionale. Sono proposte che mirano al benessere di tutti/e, non solo delle donne. Sono proposte scritte anche da donne calabresi. E le donne calabresi sono pronte a fare la loro parte per renderle realtà