Mimmo Lucano: a volte anche la giustizia terrena, può avere un’anima nobile

di Rino Muoio

Ci sono persone che non rappresentano solo stesse, ma costituiscono un discrimine forte tra mondi paralleli, tra concezioni divergenti del valore della vita, propria e degli altri, e di come questa stessa può o deve essere spesa.

Mimmo Lucano è una di queste, perché al di là del suo modo di essere, quello che ha realizzato rappresenta un modello di esistenza che fa scuola, riconoscibile, utile a tracciare un solco tra il modello edonistico e quello solidale,

tra l’economia di mercato e l’economia etica, tra l’utilizzo delle regole per imporre un sistema e per essere organici al pensiero prevalente e l’applicazione delle stesse in un contesto ponderato e funzionale ai diritti dell’uomo. Insomma due universi contrapposti, probabilmente incompatibili ma ugualmente conosciuti e riconosciuti. Mimmo Lucano, dunque, suo malgrado, è finito per essere un simbolo, virtuoso, per chi ha colto nella sua azione pacifista e integrante la via d’uscita per qualificare il modo di stare assieme su questo pianeta, e dannoso per chi invece crede che una divisione classista, con conversioni razziste ed integralista della società universale sia l’unico modello possibile, divisivo ma ineluttabile. E’ per questo che affrontare, analizzare, valutare le vicende giudiziarie di Mimmo Lucano appare, in fondo, pleonastico, al limite dell’incomprensibile, perché si tratta pur sempre di un uomo che per compiere, portare a compimento un progetto d’integrazione di valenza mondiale ha avuto forse quasi la necessità di trascurare il mero rispetto delle regole temporali per dare concretezza a valori diversi e dal profilo non sempre compatibile con i codici. Ed è paradigmatico che la sentenza del Consiglio di Stato del giugno scorso, abbia stabilito che il Ministero dell’Interno, che all’epoca dei fatti aveva cancellato tutti i progetti Sprar, finanziati con soldi pubblici (interni e dell’Unione Europea), che Mimmo Lucano aveva messo in campo per dare accoglienza a poco meno di 500 tra rifugiati e immigrati nell’antico borgo di Riace, agì con troppo fretta e in modo troppo perentorio nello smantellare il sistema d’integrazione messo in piedi. Ma va oltre il massimo organo della giustizia amministrativa, parlando di “formalismi procedimentali” e valutando anche un altro aspetto profondo dei comportamenti dell’ex sindaco di Riace, che travalica con forza dirompente l’ortodossa osservanza delle prescrizioni. “Nonostante il caos amministrativo che – si rileva – emerge con chiarezza dagli atti di causa, Riace stava svolgendo un ruolo e una funzione positiva”.  C’erano riconosciuti ed innegabili meriti che avrebbero giocato “un ruolo decisivo nel ritenere superate (e non penalizzanti) le criticità”. E ancora: “Che il modello Riace fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione – si aggiunge – è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti». Insomma i giudici non si sono limitati a dare torto al Viminale, all’epoca guidato da Matteo Salvini, per aver agito con singolare celerità nel bloccare i finanziamenti e mettere, senza poterlo fare, i migranti nella condizione o di rinunciare all’accoglienza o di essere trasferiti in ordine sparso in altre sedi,  chiarendo che “L’Amministrazione statale prima di adottare qualunque misura demolitoria deve attivarsi per far correggere i comportamenti non conformi operando in modo da riportare a regime le eventuali anomalie” ma hanno anche fatto comprendere come non si possa non tener conto dell’alto valore etico della missione di Mimmo Lucano. Non si tratta di una diretta sollecitazione all’indirizzo degli apparati dello Stato a valutare sempre le eventuali circostanze nobile connesse, a fronte delle eventuali responsabilità amministrative verificatesi, ma poco ci manca. Sembra quasi, dunque, che i giudici amministrativi, nel caso di specie, richiamino alla opportunità di guardare ad una sorta di compensazione tra il danno amministrativo e i meriti di un impegno straordinario a favore dei più deboli e fragili. Del resto come si può non condividere una tale impostazione se si pensa al paradosso tutto italico di un uomo, “ora sotto accusa” che nel 2010 si è posizionato al terzo posto nella speciale classifica della World Mayor, un concorso mondiale organizzato da City Mayors Foundation che a cadenza biennale stila la classifica dei migliori sindaci del mondo, e nello stesso anno è comparso al 40º posto nella lista dei leader più influenti dettata dalla rivista americana Fortune.