La mia vita è a Roma ma il cuore batterà sempre in direzione sud: la Calabria

di Alessandra Moraca

Cosenza, 14 ottobre 2009. “Pronto, signora Moraca, è disponibile a prendere una supplenza di quindici giorni su posto comune in zona Prenestina a Roma?”. Mi agito, mi sorprendo. È l’epoca del ministro Gelmini e dei tagli indiscriminati alla scuola.

I precari storici faticano a ottenere gli incarichi, i giornali non parlano d’altro, e io non sono nemmeno una docente.

Quell’abilitazione all’insegnamento di lettere conseguita quattro anni prima e riposta in un cassetto deve avere ancora valore, penso. Io, aspirante giornalista, da circa un anno sono disoccupata, la testata per cui lavoravo ha dichiarato fallimento e, nonostante i proclami e le promesse, nessuno riesce a risuscitarla. Ma ora c’è questa chiamata ed è anche il giorno del mio compleanno, forse è un segno del cielo. Che fare? Partire? Rifiutare? In fondo sono solo due settimane, mi dico. Due settimane di vacanze romane. Sì. Poi tornerò nella mia Calabria, l’unico posto dove voglio stare. Metto due cose in valigia e prendo il primo treno per la capitale.

Sono passati più di dieci anni da quel giorno e il biglietto di ritorno non l’ho mai vidimato. Le due settimane di supplenza sono diventate quattro, poi otto, poi un anno. Prima del rinnovo di ogni contratto drizzavo le antenne in cerca di segnali dal Sud, per vedere se qualcosa si muovesse, se ci fosse ancora spazio per me e per i miei sogni nel mondo della carta stampata. Neanche a dirlo, tutto taceva e in più tutti gli ex colleghi che sentivo erano in difficoltà, sospesi come foglie sugli alberi d’autunno. Tornare, a 30 anni suonati, sarebbe stata una scelta imprudente. Non me lo sarei perdonato.

E così è iniziata la mia seconda vita da migrante. Da insegnante. Un mondo, quello della scuola, a cui mi sono avvicinata con molto scetticismo e puzza sotto il naso e che invece mi ha regalato le cose più belle e impensate. Ma prima di arrivare a questa consapevolezza ho dovuto fare pace con la mia irrequietezza e con l’insano vizietto di guardarmi indietro. Guardare dove? Guardare a cosa?

Verso quella che per me era casa, porto sicuro e confortevole. Piazze, profumi, paesaggi, volti rassicuranti e vocali aperte. La mia famiglia, i miei amici, i miei giri, sentieri sicuri e battuti in cui avevo imparato a muovermi con disinvoltura. Credevo di avere lasciato tutto ciò che importasse davvero, quando in realtà la mia terra mi aveva tolto più volte, e brutalmente, il diritto di lavorare, il diritto di ottenere un giusto compenso per le prestazioni rese. Ricordo bene lo stupore che provai quando vidi accreditarmi sul conto il primo stipendio da insegnante (che è quanto dire): mi pagavano quanto previsto dal contratto collettivo nazionale e nei tempi giusti. Roba da marziani! In realtà restai turbata per quella mia reazione di disagio. Forse solo allora iniziai a prendere coscienza dei miei diritti calpestati, intuendo per la prima volta che indietro non sarei più tornata. Dall’altra parte c’era Roma. Bella e seducente ma oltremodo complessa. Città che ami o odi. Io ho deciso di darle una possibilità. Ho cercato di scoprirla e di viverla senza dimenticare chi ero e da dove venivo. Ho faticato tanto, spesso mi sono sentita persa, ma mai sola. Incredibilmente, questa metropoli così caotica, così alienante mi ha offerto molti doni inattesi: tanti amici, un lavoro appagante, collaborazioni giornalistiche, possibilità di sperimentare e una famiglia nuova. No, non mi sento romana. Non lo sarò mai. Ma la vita è qui adesso e ho quasi smesso di guardarmi indietro. Anche se innegabilmente un pezzo del mio cuore batterà sempre verso Sud, verso la Calabria. L’unico posto dove volevo stare.