Credito in Calabria, dove il sistema bancario si allontana abbastanza dalla realtà

di Letterio Licordari

«Forti perché uniti, liberi perché forti». Era lo slogan di Don Carlo De Cardona, sacerdote illuminato e presente nella realtà del proprio territorio, che nel 1906 fu l’ispiratore dell’istituzione della Cassa Rurale

di Bisignano, e che già dall’avvio prefigurava la diffusione del credito cooperativo in un più vasto panorama regionale, come poi avvenuto.

In Calabria, allora come oggi, l’usura costituiva un male da debellare, e le classi proletarie costituivano appetibili bocconi per chi la praticava. La Cassa Rurale non entrò in contrapposizione “commerciale”, ma integrò lo spirito che animava la Cassa di Risparmio, che per aveva una valenza “istituzionale” s in dal decreto con il quale re Ferdinando II di Borbone la istituì più di mezzo secolo prima, nel 1853, con le sedi di Cosenza, Paola e Castrovillari “dedicate” al sostegno nell’ambito dell’agricoltura. In effetti, la Cassa di Risparmio, intervenuta l’unità d’Italia, con una delibera del Consiglio Provinciale di Cosenza del 24 settembre 1861, venne poi amministrata da questo Ente in modo diretto, divenendo istituto bancario autonomo solo del 1892 e ampliando gradualmente la rete sportellare dagli anni trenta in poi sino a “sconfinare” in Basilicata negli anni cinquanta assumendo, peraltro, dal 1959, la denominazione di Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania.

Diverse, e note ai più in Calabria e anche al di fuori di essa, le evoluzioni di quelle che sono state le principali entità bancarie sul territorio regionale: oggi la Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania non esiste più e le sue successive fasi transitorie (controllo del gruppo Cariplo, fusione con Caripuglia e Carisalerno per dar vita a Carime, poi Intesa, in seguito Bpci e infine Ubi), precedute non già da dissennate gestioni ma da una forte incidenza della malapolitica, hanno sostanzialmente scollato il rapporto tra banca e realtà locale, divenendo una parte della ragnatela di vendite di prodotti preconfezionati, con cadute occupazionali e decisionali significative. Il mondo del Credito Cooperativo, di contro, resiste, dopo una diffusione pressoché capillare nella regione ricondotta gradualmente però ad una presenza territoriale ridotta ma qualitativamente migliore soprattutto a causa dell’improvvisazione di amministratori e dirigenti delle piccole realtà, scomparse o assorbite, e le espressioni più significative sul territorio regionale rimangono la BCC Mediocrati e il Credito Cooperativo Centro Calabria, i soli due istituti di categoria che detengono più di 10 sportelli nella regione, che si sono avvalsi e si avvalgono di professionalità acquisite spesso in danno della concorrenza.

In questo sia pur sintetico excursus storico non va dimenticato il ruolo del Banco di Napoli a sostegno, soprattutto, dell’agricoltura (e che è stato detentore dello “schedario agrario” sino a qualche decennio fa), come pure va considerato che altre banche locali (Popolare di Crotone, Popolare di Polistena, Popolare di Calabria, tanto per citarne alcune) ben presenti nella regione, sono state assorbite, con i relativi sportelli, da altri Istituti di Credito le cui politiche non hanno privilegiato di certo il territorio calabrese.

Il sistema bancario è stato stravolto, nell’ultimo trentennio, dalla “Legge Amato” del 1990, che ha – praticamente – “rotto” quel rapporto di fiducia reciproca tra l’azienda di credito e gli utenti, privati o imprese che siano, sminuendo la funzione sociale (non solo quella che ispirò De Cardona e la Provincia di Cosenza), e rimodulando le relazioni sulla base di freddi business legati al conseguimento di utili su utili.

Ma anche il paese dei balocchi non fu tale per sempre e il sistema bancario italiano, come tutti sappiamo, tra uno scandalo e l’altro, dovendo rispettare parametri spesso ingiustificabili pretesi dalla UE e dal capitalismo imperante, è andato gradualmente “a puttane”, interessando anche i grandi “colossi”. Il sistema bancario calabrese è andato a finire, in parte, nelle mani di manager settentrionali ai quali non interessa affatto il sostegno agli agricoltori e agli artigiani, zoccolo duro dell’economia regionale, categorie che hanno sempre fatto registrare bassissime percentuali di insolvenza, ecco perché le grandi banche rastrellano in Calabria solo capitali da investire altrove e vendono servizi a rischio zero. Ciò che rimane “in loco” assume, pertanto, un incommensurabile valore aggiunto per il territorio e se il Credito Cooperativo, spesso caratterizzato da diatribe interne legate più all’apparenza e al “potere” degli amministratori che a diversi orientamenti gestionali nei CdA, riuscirà a focalizzare il proprio importante ruolo nella pur disastrata economia calabrese, si potrà tornare a pensare ad una funzione sociale della banca nella regione (come pure nelle altre, ovviamente, ma noi stiamo parlando qui della Calabria). Ma anche il sistema del Credito Cooperativo pare destinato, si vocifera da anni, ad una ulteriore operazione di “raggruppamento” che, però, non dovrebbe inficiare il rapporto con il territorio o, al limite, con un macro-territorio. E’ nei momenti di difficoltà che la banca deve svolgere il suo ruolo, affrancato da ingerenze politiche e di altra natura, proprio per evitare che chi si trova in difficoltà ed ha i requisiti essenziali per ottenere credito (e il dopo Covid è periodo assai “grigio” senza liquidità) non ricorra, come paventato dal procuratore Gratteri, a quegli usurai che Don Cardona e gli amministratori della Provincia di Cosenza aborrivano