Il sud, la Calabria, il nord: un novel sentire che sta, purtroppo, contagiando molti

di Massimo Veltri

Giuseppe Sala e prima di lui Ferruccio De Bortoli si scoprono nordisti a tutto tondo. Proprio quando c’è bisogno di posizioni nazionali, per non dir europee, il sindaco di Milano e una prima firma del Corriere della Sera

pubblicamente argomentano su gabbie salariali e superiorità del nord verso un sud ‘sciatto’, in ‘perenne ritardo‘, più ‘prossimo all’Africa che non alle valli del Reno‘.

Sono solo le ultime esternazioni in ordine di tempo, nel senso che accanto al becerume leghista e di giornalisti al soldo berlusconiano, anche personalità che si riteneva fossero non solo equilibrate ma espressioni di un pensiero laico, solidale, o solo nazionale, hanno fatto propria una corrente che ormai circola liberamente nel Paese. Si pensi, ma solo a mò di esempio, al segretario milanese del Pd, al presidente della giunta emiliana, anch’egli Pd, Bonaccini, al presidente emerito della Consulta Valerio Onida che con accenti e in ambiti diversi hanno affermato nei mesi scorsi che una questione regionale si pone: nel senso che occorre rivedere articolazione, attribuzione, funzionamento fra regioni del nord e del sud. Così com’è non funziona.

Come nasce, si sviluppa e alimenta questo ‘novel sentire’ che ha contagiato un pò tutti, si può dire, e a cui dalle zone meridionali si risponde, timidamente e difensivamente, con De Luca dalla Campania che fanfaronescamente afferma: Bene, andremo da soli; o con la Calabria che chiede, chiede sempre e sempre mostra il suo volto inerme, debole e pallido. Nasce da lontano, ovviamente, almeno nell’anno 2000, quando formalmente e tecnicamente si mise mano alla Costituzione per lasciar adito alle Regioni che lo avessero richiesto di indire referendum popolari al fine di attribuire alle Regioni stesse potestà e facoltà autonome in svariati campi delle competenze in parte regionali e in parte centrali, al di fuori da una cornice generale e a prescindere da quanto stabilito da realtà, fino a quelle limitrofe. Competizione, localismo, sfilacciamento di un’idea di Nazione insomma.

Le Regioni avevano trent’anni e non avevano fornito particolari esibizioni di buone performance, ma le voleva la Costituzione e i nuovi poteri, quelli del 2000, erano dettati da un’idea in cui spirava forte il vento del nord, se pure con un governo a guida centrosinistra che malgrado avesse dovuto avere a cuore e al centro un imprinting di giustizia ed equilibrio sociale, aveva maturato la perversa idea, magari per vincere le elezioni, di connettersi agli interessi del nord produttivo a scapito del sud zavorra, pure pensando forse che al sud lo avrebbero votato ugualmente. Perversa idea cui dal sud non si oppose che qualche labile e isolata voce: forse non s’era compresa la portata della partita in gioco.

Oggi, con la spaventosa crisi del Covid, con le falle aperte da per tutto nei diversi sistemi sanitari, pubblici e privati, nazionali e regionali, in parte per difendere sciagure compiute, in parte per rilanciare sciacallescamente business e affari si riapre e si allarga la pagina, la piaga, del così detto regionalismo differenziato. Una pagina cui tante energie e attenzioni abbiamo dedicato nello scorso anno, che credevamo fosse derubricata e, invece, come tutte le malerbe riaffiora vigorosa e implacabile. Come estirparla quest’erba cattiva, solo invocando coesione territoriale? Ritorno a uno Stato imprenditore, richiamando la necessità di politiche solidali e nazionali? C’è da chiedersi intanto se esiste ancora un partito che abbia i connotati di partito nazionale, che sappia cioè contenere al suo interno, pur con le differenze da nord al centro al sud, un’idea di Paese, e quale tipo di Paese. Qualcuno ricorderà che nei vecchi partiti di massa, tipo il PCI, esisteva il Dipartimento Mezzogiorno alla cui guida succedettero prestigiose personalità politiche: ma era la prima repubblica, non serve richiamarlo… Ora, con l’Europa e la globalizzazione si rincula vertiginosamente verso angusti, terrificanti ma rassicuranti localismi.  Come estirparla quest’erba cattiva, dunque. In chiave squisitamente politica, s’intende, non facendo riferimento a un generico e per di più non spendibile esempio di (tante, sì) realtà virtuose, puntuali, volatili, ma non messe a sistema né tantomeno giocando al lupo e all’agnello col rinfacciare al Nord malversazioni, ritardi, inadempienze tipo: ‘Pure voi’. Per restare alla Calabria-pur essendo certi che tante peculiarità nostre sono quasi direttamente estensibili fino a quasi Roma-siamo certi che abbiamo espresso la meglio classe dirigente, anzi classi dirigenti: non solo politiche; che sappiamo spendere i fondi a disposizione; che sappiamo erogare servizi decenti; che mari e monti li rendiamo vivibili oltre che appetibili; che ai nostri giovani offriamo se non garanzie prospettive almeno di un futuro per loro decente? Ricorrono cinquant’anni dai moti di Reggio Calabria, quest’anno, quando la rabbia popolare verso ritardi secolari di uno Stato inadempiente venne fatta propria da una destra antistato, ribellista ed eversiva, quando i partiti democratici non seppero leggere quella pagina come un punto da cui partire, quando il silenzio dell’intelighentsia si trincerò dietro afasia ed opportunismo. 

La storia, lo sappiamo, mai si presenta due volte con lo stesso volto, ma con tratti simili sì. Questi sono giorni decisivi, per il Paese, per l’umanità tutta, per la Calabria e il sud quindi: abbiamo un sussulto verso un’imbelle classe politica, mostriamo il volto di una terra generosa e orgogliosa, non pieghiamo la testa.