Berlusconi torna a dare le carte e fa irritare il sovranista Salvini e la Meloni

di Luca Tentoni

 Ci sono sono almeno tre opposizioni: quella di centrosinistra, rappresentata da Più Europa, Azione di Calenda e pochi altri; quella di centro-destra, con Forza Italia; infine, quella di destra o – meglio – estrema destra,

costituita dalla Lega sovranista di Salvini e da Fratelli d’Italia, il partito neomissino guidato dalla Meloni. Se della prima opposizione

(quella di centrosinistra) si sente parlare ma non se ne avverte la pericolosità per la maggioranza (al di là di qualche scambio dialettico del tutto fisiologico), la seconda – “azzurra” – è invece la più complessa da analizzare, perché – differentemente dalla terza, che ha toni e posizioni radicali – appare di volta in volta dialogante se non addirittura in piena consonanza col governo, sui temi europei. Ci si è spinti, perciò, ad ipotizzare che Forza Italia possa votare il prossimo scostamento di bilancio e il “Mes sanitario”, da un lato salvando la maggioranza da “colpi di testa” dei dissidenti pentastellati e, da un altro lato, entrando di fatto in una specie di limbo nel quale Berlusconi potrebbe diventare socio di Conte e Zingaretti senza esserlo formalmente e addirittura lasciandosi le mani libere per andare a vincere le elezioni regionali con Lega e FdI. Un atteggiamento “win-win”: Forza Italia sa di non voler entrare in questa maggioranza, ma sa anche di poter arrivare a condizionare alcune scelte importanti (persino in tema di assetto radiotelevisivo); imparata la lezione del Nazareno, che relegò gli azzurri in una “maggioranza per le riforme” che votava la legge costituzionale di Renzi ma che costò a Berlusconi lo smacco di essere scavalcato dall’ex leader toscano del Pd sulla scelta del Capo dello Stato, nel 2015, oggi la musica è diversa. Non è Forza Italia a farsi collocare in un’orbita esterna alla coalizione di governo ma interna ad altri progetti istituzionali (quindi in uno stato di opposizione limitata e intermittente), ma è Berlusconi che crea le condizioni per giocare con l’Esecutivo come il gatto con il topo: se i pentastellati defezionano, i suoi escono dall’aula o addirittura votano col governo, come potrebbe accadere sul Mes sanitario. Naturalmente si fa, ma non si dice. E non si dice perché nulla è certo, codificato, sicuro: pena, perdere l’indipendenza raggiunta. O, meglio, quella posizione pivotale fra giallorosa e destre che permette al Cavaliere di giocare su entrambi i tavoli senza pagare mai dazio: in caso di sconfitta alle regionali, non sarebbe il suo 7-8% ad essere decisivo per il centrodestra, quindi ci si potrebbe lamentare con Salvini e con la Meloni; con una vittoria, invece, si potrebbe rivendicare l’appartenenza ad una coalizione di centrodestra nella quale gli azzurri hanno – con questa legge elettorale o con la proporzionale pura – la “golden share” per far nascere a scelta un governo con i sovranisti o uno con i giallorosa. Necessario per la maggioranza, necessario per l’opposizione, Berlusconi vince comunque (ecco perché con Renzi potrebbe profilarsi qualche tipo di avvicinamento: la posizione pivotale rende e fa gola a molti). Sulla legge elettorale, per esempio, i voti di Forza Italia sarebbero decisivi per superare le resistenze dei partitini della coalizione guidata da Conte e servirebbero a condurre in porto una nuova legge con proporzionale e soglia del 5% (trattabile) che, di fatto e di diritto, scioglierebbe le coalizioni preelettorali permettendo a ciascuno di correre per conto proprio. Così Berlusconi potrebbe andare in campagna elettorale dicendo ai suoi elettori che l’unico argine sia al “comunismo”, sia alla destra antieuropeista è il suo partito (socio del PPE della Merkel), baluardo del moderatismo senza avventure: un colpo al cerchio (il Pd e il M5s) e uno alla botte (Lega e FdI). In quanto alla prospettiva di un nuovo governo in autunno, gli azzurri sono ormai in prima fila per farne parte, perché a destra FdI ne resterebbe certamente fuori, dunque la Lega non potrebbe entrarvi per non lasciar fuggire (com’è accaduto nell’ultimo anno) altri voti verso i neomissini della Meloni. E c’è, infine, l’opposizione più pura e dura, quella della destra radicale (nella migliore delle ipotesi euroscettica, se non anti UE e antieuro): le piazze sono uno spauracchio che non solo non scalfisce la resistenza a Palazzo Chigi di Conte, ma al contrario gli fa gioco. Ogni volta che Salvini sfila un senatore ai Cinquestelle, per incanto qualche gruppo dei giallorosa ne acquisisce un altro. Troppe spallate fanno male: se non riesce la prima (agosto 2019) meglio cambiare strategia, sempre che si abbia un piano di riserva (che però non si vede, dato che Salvini e Meloni continuano a parlare di elezioni anticipate). Insomma, se la maggioranza non è forte, l’opposizione è eterogenea e debole. L’unico luogo decisivo, in questa fase, è la terra di frontiera fra i due campi: è fra le forze di confine fra giallorosa e minoranza che si custodiscono i voti per far durare la legislatura.