Vi spiego cosa è la mia “Napoletanità”, con un viaggio nel tempo e nella storia

di Gigi Di Fiore

Napoletanità e napoletaneria, oppure, napoletanismo e napoletanità. Parole diverse per esprimere gli stessi concetti, che cerco di spiegare nel mio libro Napoletanità. Dai Borbone a Pino Daniele viaggio nell’anima di un popolo, edito da Utet.

Alla maniera di Pino Daniele, il termine napoletanismo indica l’insieme dei luoghi comuni, cui si adeguano molti napoletani per pigrizia e a volte per interesse. E’ il napoletano tipo di ogni stereotipo deteriore, così caro al nord.

“Non fare il napoletano” è un modo di dire ricorrente in alcune regioni. Un’espressione prevenuta, che ha in mente un tipo di partenopeo gesticolante, che non parla con calma perché sa solo urlare. Una persona abituata a delinquere, quasi per Dna e bolla antropologica. Contrapposta a questa idea negativa, anche per Pino Daniele c’era la napoletanità che è invece l’orgoglio per le proprie radici e la coscienza di avere alle spalle una storia antica. Napoli, città di energia, luogo d’ispirazione e creatività, ricca di suggestioni uniche, da sempre aperta a scambi e confronti culturali. Città mai chiusa in se stessa, che nel corso della sua storia secolare ha assorbito e fatto proprie influenze di civiltà, dinastie regnanti, popoli diversi. Ma cosa significa l’essere o il sentirsi napoletani? E’ la domanda cui cerco di rispondere raccontando storie e personaggi che aiutano a capire Napoli, la mia città, condannata ad essere, insieme, città universale famosa ovunque e luogo, fisico e ideale, di descrizioni maledette.

Il mio libro è un viaggio nel tempo della storia, che parte dalla tomba maremmana di Pino Daniele e la sua voglia di allontanarsi dalla sua città, per incontrare periodi diversi e uomini che hanno in qualche modo caratterizzato l’identità napoletana. Un viaggio che parte da un ricco passato, per illuminare un oggi confuso. Un percorso d’orientamento su una città, riscoperta negli ultimi anni da migliaia di turisti prima del lockdown da coronavirus. E’ storia di ieri la capitale voluta da Carlo di Borbone, come la nascita del Banco delle Due Sicilie. Ma lo sono anche, nell’alternanza di contrasti, i lazzari che seguirono Masaniello e un secolo dopo si innamorarono, senza capirne nulla, della Repubblica partenopea che poi stroncarono nel sangue. Sono storia le dolorose fratture sociali accentuate dalla violenza della plebe in rivolta, che tanto terrorizzò feudatari, latifondisti, borghesi, aristocratici. La plebe che si fa camorra e la camorra che pesca nella fame della plebe. Volti e personaggi del passato, fino ad arrivare a volti e personaggi di anni più recenti, con la città di Croce e degli scrittori del secondo dopoguerra, quella del sogno svanito di industrializzazione che fu di Nitti, o del Banco di Napoli fagocitato dai potenti gruppi bancari del nord. Eccola Napoli, ecco i suoi angeli e demoni, ecco la loro napoletanità e la loro napoletaneria. Contrasti forti che appaiono una maledizione, soprattutto se visti con gli occhi del pregiudizio. Una maledizione che unisce e divide chi ogni giorno vive la città o chi la conosce da lontano soltanto in superficie. Una città che nel suo passato si rifugia con orgoglioso rimpianto e a volte con nostalgia, non solo per ricordare antichi splendori, ma spesso anche per aggrapparsi all’alibi fatalista di una Napoli condannata all’immobilismo.