Statue abbattute, ogni epoca ha le sue

di Paolo Pagliaro

Non dovremmo stupirci se qualche statua viene abbattuta e finisce i suoi giorni in fondo al mare, sorte in questi giorni riservata ai simulacri dei nostri antenati scopritori – a loro insaputa –   dell’America.

La cultura iconoclasta ha radici antiche e nobili.  Nell’impero bizantino significava opporsi all’abuso  delle immagini sacre, per i musulmani si trattava di combattere l’idolatria e di riaffermare la non rappresentabilità di Dio.

Fu iconoclasta la Riforma protestante, e all’inizio dell’Ottocento, quindi due secoli prima che i talebani li distruggessero, era stato Goethe ad accanirsi contro i Buddha di Bamiyan, “folli idoli eretti e venerati a scala gigantesca”, elogiando chi voleva disfarsene.

Secondo Salvatore Settis, il campione degli iconoclasti fu Claudio, vescovo di Torino dall’816 all’828, che nei suoi scritti si vantava di aver abbattuto tutte le croci e le immagini sacre della sua diocesi: “Qui – annotava – tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia. (…) Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?”. Sicuramente Claudio esagerava, anche con il sarcasmo.  Ma è lecito pensare che il divino sia immateriale, e che la scoperta dell’America sia una vicenda un po’ piu’ complessa di come ce l’hanno raccontata.