Napoli tra arte e cultura. La leggenda del Cristo Velato di Sanmartino

di Andreina Bisich

L’immagine del “Cristo Velato” è stata scelta, alcuni anni fa, per l’esattezza nel 2008, quale “icona” per il rilancio dell’immagine di Napoli città d’arte. Il Maestro Riccardo Muti ha anch’egli utilizzato

l’immagine dell’opera di Giuseppe Sanmartino, scultore napoletano vissuto tra il 1720 e il 1793, realizzata – secondo i documenti e i riferimenti storici –

intorno al 1753, per la copertina del “Requiem di Mozart – K626” registrato al Teatro San Carlo. E’ una scultura che colpisce subito, che rapisce: oggi chi va a Napoli, ritiene una visita obbligata quella alla Cappella San Severo, luogo in cui è custodita, riaperta lo scorso 12 giugno, oltre alle altre meraviglie di questa città. Canova, riferiscono più testi, rimase folgorato dalla bellezza di quest’opera e provò finanche ad acquistarla.

La peculiarità della perfezione e dell’effetto ottico del velo ha dato adito ad una leggenda, secondo la quale il committente, Raimondo di Sangro, principe di San Severo, alchimista e scienziato di fama nel Settecento, avrebbe fornito dei suggerimenti allo scultore volti a permettere, attraverso un processo chimico, l’ottenimento di questo effetto straordinario. Ma in seguito questa teoria venne confutata da documenti e da verifiche e perizie rese possibili attraverso le più recenti innovazioni tecnologiche.

E dire che il Sanmartino (secondo altri, Sammartino) si trovò a realizzare quest’opera, che raffigura il Cristo morto sdraiato sopra un giaciglio e ricoperto da un sudario che aderisce perfettamente alle forme del corpo, a seguito della morte improvvisa di Antonio Corradini, scultore veneziano molto apprezzato a Vienna, considerato un maestro nella realizzazione di figure velate. Sanmartino però lavorò sul bozzetto in creta del Corradini che oggi si trova custodito, a Napoli, nel Museo Nazionale di San Martino.

Il “Cristo velato” doveva essere collocato, in origine, nel mausoleo della famiglia del principe di Sangro che si trova al piano inferiore rispetto alla Cappella. Venne poi, secondo alcune ricostruzioni storiche e anche fotografiche degli inizi del XX° secolo, collocato nella Cappella San Severo (che è anche un tempio iniziatico di rara bellezza e ricco di mistero) prima sotto la scultura della “Pudicizia”, nota anche come “Verità Velata”, realizzata dal predetto Corradini, e in seguito collocata al centro della Cappella, di fronte all’altare maggiore.  Nel Museo della Cappella San Severo vale la pena anche di ammirare nella cavea sotterranea le “macchine anatomiche”.

Descrivere un’opera d’arte, quale che sia, non è facile. Questa, come tutte le altre, procura emozioni che non possono essere compiutamente vergate con la penna o con una tastiera del computer, merita assolutamente di essere ammirata, goduta.

Matilde Serao

Ma per il poeta siriano Adonis è “più bella delle sculture di Michelangelo”, mentre la scrittrice e giornalista Matilde Serao è riuscita felicemente a farla “vedere” attraverso questo suo scritto: «Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello […] E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà, ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce».